Berlusconi come Prodi
Di Pietro Mancini
Come il governo di Romano Prodi restò appeso, prima di esalare l'ultimo respiro, al voto di un senatore, il Carneade Franco Turigliatto, transfuga da Rifondazione comunista, così oggi Silvio Berlusconi spera che il Signore esaudisca le preghiere dei deputati cattolici del PDL e del Carroccio. E, soprattutto, lo stanco Cavaliere, affiancato da un Bossi ancora più stanco di lui (i cronisti parlamentari hanno contato, ieri, 12 sbadigli del senatùr, durante i 19 minuti del discorso del premier ) auspica che lo statista siciliano, Domenico Scilipoti non sbagli, oltre al congiuntivo, il pulsante, in occasione della 53 sima fiducia, chiesta dall'esecutivo, che aveva cominciato questa travagliata legislatura, contando su 100 voti di maggioranza alla Camera...
Una situazione drammatica, analoga a quella dei primi, tragici anni del cupo ventennio della dittatura fascista, quando l'opposizione si rifugiò sull'Aventino, lasciando il Parlamento, dopo che Mussolini aveva minacciato, all'indomani del delitto Matteotti, di far occupare l'"aula, sorda e grigia" dai manipoli più feroci dei suoi squadristi? Un paragone improponibile, in primo luogo perchè Silvio non è Benito; e poi nessun governo, oggi, sta sciogliendo il Parlamento, ma sta avvenendo proprio il contrario. In questi mesi, nel teatrino romano, è andato in scena uno spettacolo più mediocre che drammatico, un "cupio dissolvi" della maggioranza, culminato, nel pomeriggio di martedì, nella cartellata, affibbiata da un livido Berlusconi sulle spalle del ministro dell'Economia che, assurdamente e irresponsabilmente, non aveva votato il "suo" rendiconto.
E quell' "incidente", seguito dal "niet" di Fini al governo di riproporre l'articolo bocciato, potrebbe costare 350 miliardi di euro alle casse statali! Come Nanni Moretti-che, in un suo film, si chiedeva: "Mi si nota di più se partecipo al dibattito, o se resto a casa?" - Bersani, Di Pietro e Casini hanno optato per la scelta di lasciare i banchi vuoti. Una decisione molto discutibile- con il partito del Presidente della Camera che diserta.... la Camera e con Bocchino che si consente di bacchettare persino il Capo dello Stato - che strizza gli occhi all'antipolitica e ai grillini e che allarga il baratro tra i cittadini e il Palazzo. Ma la situazione è ancora più confusa, nelle truppe della risicata maggioranza, divisa da incompresioni e astiosi rancori: non prevalgono, soprattutto nel partito di Berlusconi, questioni politiche, bens^ strategiche ( le ricandidature) e tattiche( lo stipendio mensile e i diritti previdenziali). Insomma, la parola d'ordine è: sopravvivere a ogni costo, che ricalca il tirare a campare, di andreottiana memoria.
In un quadro scoraggiante e inedito, anche per gli osservatori e i costituzionalisti di più lungo corso, dove predominanole esigenze personali e opportunistiche, i salti della quaglia dell'ultimora(come quello, inspiegabile, del fratello del defunto, apprezzato stilista calabrese, Gianni Versace che, nominato deputato dal Cavaliere, oggi gli voterà contro), si avverte, ogni giorno che passa, la grande debolezza dei partiti, non più organizzati secondo criteri democratici. Al loro interno, non si discute, ma le decisioni, le cooptazioni, le nomine e le candidature vengono calate dall'alto e imposte, ai dirigenti e ai "peones", da pochi capataz.
Nessun rimpianto, intendiamoci, per la vecchia "Balena bianca", il partito in cui fecero la loro lunga e dignitosa carriera gli ex ministri del PDL, Pisanu e Scajola. Ma la realistica consapevolezza che oggi nessuno sia in grado di comprendere le ragioni politiche, se esistono, della divisione tra i due esperti parlamentari e Berlusconi, che imbarcò Beppe, alla sua undicesima legislatura, e Claudio in "Forza Italia", all'indomani della traumatica fine della DC. Il motivo? In primo luogo, la cronica mancanza di discussione politica nel PDL e negli altri partiti, che hanno, come uniche ed esclusive linee, le parole dei leader, i quali considerano "traditori" e "trasformisti" i dissenzienti, come avvenne nel caso di Fini, nel centro-destra, e di Scilipoti e Romano, nel centro-sinistra. Per fortuna, cresce, anche tra i cittadini, l'esigenza di contare su partiti veri, che discutano e decidano, e che non dipendano, esclusivamente, dalla volontà, dalle scelte e anche dai gradimenti per le bellone dei Capi e dai "salti della quaglia" dei notabili estromessi dalle ambite poltrone e dai ben remunerati incarichi. E quando, all'indomani della archiviazione, per via parlamentare o referendaria, verrà, finalmente, sepolto il "porcellum", si torni a dare agli italiani la certezza che i loro voti, a partire dalla prossima primavera, conteranno, in elezioni importanti, indette non per ratificare, bensi' per decidere quale dovrà essere la coalizione, chiamata a governare il Paese. Stop, insomma, alle consultazioni analoghe ai concorsi di bellezza del compianto calabrese, Enzo Mirigliani, tra leader, aspiranti tali e tanti pigmei, anzi omuncoli, come li avrebbe definiti Giuseppe Saragat.


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