Andreotti? Per comodità, mafioso
Lunedì, 11 gennaio 2010 - 17:16:00
Di Giuseppe Morello
Illumina la scivolosa logica della discussione giudiziaria italiana, l'articolo che ha scritto per Affaritaliani.it Gianni Pardo, il quale smentisce (con la conferma di un importante ex magistrato) il luogo comune che vuole Andreotti mafioso certificato da una sentenza.
Pardo e il magistrato Luigi Bitto ci chiariscono che le cose sono più complesse e che è un'aberrazione pensare che una persona possa essere giuridicamente prosciolta (per esempio per prescrizione) ma condannata moralmente perché la sentenza dice che aveva commesso quei reati. Non è così e anche nel caso Andreotti la prescrizione lascia le cose in un limbo di indecidibilità: in altre parole, non si può affermare che Andreotti fosse colpevole. Eppure è sempre passato il luogo comune che Andreotti fosse un mafioso che ha evitato la pena causa prescrizione, come ripete sempre anche Travaglio (vedi Annozero del 30/5/2008).
Qui non si tratta di riabilitare Andreotti, di cui non ci importa granché, né si tratta di assolverlo dalle pesanti responsabilità politiche che ha avuto in oltre 40 anni di storia italiana. Si tratta invece di capire cosa viene grossolanamente inoculato nell'opinione pubblica e con che mentalità si scrive la storia del paese (non molto diverso il caso Craxi, la cui parabola politica è ormai ridotta alla vicenda giudiziaria, anche in sede storiografica).
In più il magistrato Bitto ci rivela che la sentenza di Palermo fu una sentenza "politica", non perché salvò la pelle di Andreotti, ma perché salvò la faccia di magistrati che avevano allestito il circo ma in aula arrivarono con prove deboli.
Ma vuoi mettere come è più comodo concludere che Andreotti era mafioso e chi si è visto si è visto?
giuseppe.morello@affaritaliani.it



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