BYE-BYE VECCHIO CONTINENTE. Così Obama "batterà cassa" all'Ue
Obama ha vinto e con tutta probabilità sarà per l’America un buon Presidente, forse un grande Presidente. Ha l’energia, l’intelligenza ed il consenso per essere un carismatico ed innovativo leader. Per l’America. Ma per noi? Sarà veramente un buon alleato dell’Europa? I riflessi del piano sanitario nazionale di Barak Obama, della sua politica fiscale o del suo progetto di edilizia popolare per noi italiani ed europei sono remoti e solo in funzione di una ripresa economica e finanziaria globale.
Il nuovo Presidente guarda certamente al Messico ed al Sud America con maggiore interesse di quanto non guardi all’Europa (significativamente nel corso della sua campagna non ha mai pronunciato la parola NATO), ponendo quel continente e non il nostro o la Cina al centro della sua futura politica estera. Gli obamiani dell’ultima ora esultano, scoprono, novelli Colombo, l’America, quasi il giovane senatore non fosse il prodotto culturale e politico di quella stessa America che ha attaccato l’Iraq o gestito Guantanamo. Adesso è la generosa patria dell’American Dream, fino a poco fa il guerrafondaio poliziotto del mondo. Resteranno delusi, l’America è sempre la stessa.
Nel solco della sua tradizione presidenziale non ci saranno sterzate radicali né cambi di indirizzo politico clamorosi. Il nuovo Presidente non sbugiarderà il suo predecessore, certamente non nel breve periodo e soprattutto non in politica estera. In Europa ed in particolare in Germania, nel corso del suo viaggio, Obama ha raccolto il consenso entusiasta delle folle e dei media , ma non ci ha spiegato con chiarezza cosa intende fare nei confronti della Russia, verso la quale dovrebbero essere puntati i missili di un sistema difensivo voluto da Bush. Non sappiamo quindi che intenzioni abbia nei confronti di quello che per noi è un vicino ingombrante ma indispensabile per il nostro fabbisogno energetico.
Obama chiuderà Guantanamo, ma non cambierà in maniera sostanziale la dottrina Bush in materia di guerra al terrorismo. Al contrario intende incrementare lo sforzo bellico in Afghanistan, oggi il vero cuore del problema, solo che non può impegnare ulteriori risorse, vuole che lo facciamo noi. Non sarà facile soddisfare le sue richieste. Gli italiani in particolare sono già impegnati molto più degli altri alleati europei e i tagli della finanziaria faranno al nostro sforzo militare più di quanto vorrebbero fare pacifisti e anti-militaristi.
Obama ridurrà con ragionevole celerità il contingente USA in Iraq, ma quello è un fronte che non ci vede impegnati da lungo tempo, siamo invece più coinvolti ed interessati a capire cosa vorrà fare nel resto del Medio Oriente. Le sue supposte amicizie con alcuni ambienti filo-palestinesi in USA potrebbero forse oliare il rapporto dell’America con l’Islam e certamente alcuni segnali pervenuti dal suo entourage ci fanno intravedere una ripresa del rapporto diplomatico con la Siria, con beneficio per la diplomazia nel Mediterraneo e per le nostre imprese.
Soprattutto dobbiamo capire se vuole intervenire aiutando i Sauditi a tenere il prezzo del petrolio basso, aprendo alla fine un tavolo di trattativa con l’Iran e scongiurando così un paventato nuovo conflitto. In quest’ottica è plausibile aspettarci una spaccatura all’interno del mondo arabo ed all’interno dei singoli governi arabi, divisi tra fautori del dialogo col nuovo presidente e sostenitori della linea dura ad oltranza.
I calorosi messaggi di congratulazioni di Ahmadinejad ad Obama lascerebbero intuire la volontà della dirigenza iraniana di avviare un migliore rapporto col nuovo interlocutore americano, una eventuale apertura che può tuttavia scontrarsi con la consueta intransigenza di altri settori dell’Islam come Hamas ed ovviamente Al Qaeda. Un segnale però può essere colto: la soddisfazione di larga parte del mondo arabo manifestamente espressa all’elezione di Obama, ci fa pensare che il radicalismo e l’antiamericanismo nell’Islam hanno a che fare non solo con la persona stessa di W. Bush, ma anche col fatto che la durezza di una parte è direttamente proporzionale alla durezza dell’altra. A fronte di una controparte meno rigida e disponibile al dialogo, anche i soliti nemici dell’America, compatti solo di fronte ad un comune avversario ma altrimenti da sempre frazionati fino a livello tribale, possono dividersi tra loro indebolendo il fronte dell’intransigenza.
In conclusione, non possiamo aspettarci con la presidenza Obama la panacea di tutti i mali del pianeta e noi Europei in particolare non dobbiamo confidare in chissà quali repentini ed entusiasmanti sviluppi. Se qualcosa Obama potrà fare di utile per noi sarà a lungo termine, mentre nel frattempo potrebbe, invece, “battere cassa” e chiederci un maggiore impegno nelle missioni all’estero. Insomma dovremo pazientare e vederlo all’opera, certi che dovremo essere sempre meno “USA-dipendenti” nei settori difesa e politica estera, con un’America tutta intenta a risolvere i propri problemi e distratta circa quelli del Vecchio Continente.
Da sempre l’incarico più importante di ogni nuova amministrazione è quello a cui il neo presidente destina il suo uomo più capace: il Segretario di Stato, ovvero il suo ministro degli Esteri. Invece quest’anno la carica a cui tutti guardano con particolarissimo interesse è quella di Segretario al Tesoro, considerato incarico chiave della nuova gestione Obama. È il segnale evidente che dobbiamo aspettarci una America molto più dedita ai problemi interni e molto meno interessata all’esterno, dunque un’America più isolazionista e più protezionista, un’America ad esempio dove le grandi case automobilistiche ed il loro indotto, in profonda crisi e con aiuti governativi, riportano in patria produzioni già delocalizzate all’estero, pur di recuperare un posto di lavoro ai propri operai, lasciando a casa migliaia di lavoratori di altri paesi, Italia inclusa.

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