Veltroni/ Ma questa non è la fine del Pd
| Il commento 1/ Il Pd a rischio anoressia Di Aldo Turinetto |
La sua uscita di scena risolve il suo problema, non quello del PD. Un partito a "vocazione maggioritaria" non può fare l'eterna minoranza. Ma le dimissioni del capo che esce sconfitto sono un atto naturale, quindi positivo. Si dirà che i guai del PD sono le sue anime diverse e combattute, le rivalità interne tra Walter e Massimo, con il corollario degli ex DC che remano contro, e Rutelli con loro.
Ma dualismi e contrasti non hanno mai ucciso un partito. Vedi il caso di Blair e Brown in Inghilterra, di Ségolène e Martine Aubry in Francia, e come dimenticare lo scontro tra Obama e Hillary alle primarie? E' fisiologico che un leader se ne vada se è sconfitto. E' un modo per assumersi le responsabilità di fronte a sostenitori ed elettori. La guida passa ad un altro, che può sperare di far meglio.
Intanto è interessante il caso di Matteo Renzi a Firenze. Un giovane di 33 anni, outsider, che vince la primarie per la candidatura a sindaco della città alla faccia dei maggiorenti che puntavano su altre pedine di apparato. Non è quello che è successo - fatte le proporzioni - tra i democratici USA con Obama?
Certo, per andare avanti e consolidarsi ci vogliono le vittorie. L'Ulivo qualcuno l'ha avuta; il PD ancora no. Ma non sempre si può vincere. Ripensando all'anno scorso un errore andrà proprio evitato: accordarsi con qualcuno come Di Pietro, che ti usa e poi ti scava la terra sotto i piedi, fino al punto di affermare che l'unica opposizione è lui. Anche dopo Veltroni il PD può farcela. Sempre che non prevalga la frenesia di disfare in fretta quel progetto riformista, enunciato bene e realizzato solo in piccola parte, che era stato lanciato al Lingotto.



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