"Caro Laforgia, più pratica e meno grammatica"
di Giuseppe Ucciero, iscritto al Pd
Caro Laforgia,
sono uno degli iscritti PD a cui ha rivolto “pensieri sparsi”. Mi lasci dire, intanto che ad un dirigente politico non si chiedono “pensieri sparsi”, ma proposte politiche di cui assumersi la responsabilità. Per questo è stato eletto e questo ci aspettiamo come iscritti. Se poi, la “dispersione del pensiero” è solo un vezzo, un birignao, un neo del linguaggio politico democratico dietro cui nascondere una inossidabile resistenza alla critica, lasci stare che tanto si capisce bene dove tira il vento.
Ma andiamo al sodo. Non manca l’enfasi nella sua lettera agli iscritti, né mancano roboanti premesse ed intriganti scenari. Non manca nulla (dai referendum interni per la scelta dei parlamentari fino ai forum tematici), ma, mi permetta, lei parla come se venisse da Marte. Guardi che a Milano se pure il PD è vincente, risulta essere quasi inesistente nelle sue articolazioni e soprattutto nelle sue prassi interne di analisi e decisione. Se, come dice, “siamo lenti, afoni e scoordinati” di qualcuno sarà pur la responsabilità. Come iscritto e come componente di coordinamento di Circolo me ne assumo pure una fettina, ma al gruppo dirigente cittadino con l’onore della vittoria elettorale, và anche la responsabilità dell’attuale condizione del partito milanese. In politica non c’è l’eredità con beneficio d’inventario. Lei ci indica un futuro roseo, e vicino, vicinissimo, di luoghi ed occasioni dove rifulgeranno partecipazione ed innovazione, ma siamo sinceri, ci basterebbero per ora anche solo la convocazione ordinata degli organi direttivi e la fine del malcostume per cui nel PD il dibattito interno è funzione solo della dialettica correntizia. La nostra vita democratica interna è allineata ai principi del porcellum: si vota su liste contrapposte e bloccate, finalizzate a misurare il termometro del consenso a questo o a quel ras democratico, e ad imporre nominativi da questi rigorosamente ordinati in graduatoria predefinita: per carità, niente preferenze, che il popolo democratico deve solo scegliere la minestra che vuole nel menu a costo fisso che gli abbiamo preparato.
Lei, Laforgia, come dirigente cittadino condivide questa prassi? Non si nasconda dietro il paravento di uno Statuto concepito per commisurare alla Cencelli il peso delle componenti che diedero vita al Partito Democratico. Siamo pronti per una riforma del processo di rappresentanza che ci lasci finalmente alle spalle il modello correntizio verticale e ridia senso alla rappresentanza di territorio, alla scelta di nomi e cognomi basati sulle loro capacità e non sulle loro vicinanze all’estensore correntizio della lista? Ce lo dica, Laforgia, un sì o un no. Noi siamo modesti, ci accontentiamo di questo poco, di come funzionava un qualsiasi caro vecchio partito della prima repubblica. E poi, il ruolo del PD, che messo come dice Lei sembra un sacro mistero della Fede ed invece è tutto più semplice. Che l’amministrazione governi per tutti i milanesi e che i Partiti rappresentino gli interessi che decidono di tutelare. Lo faccia il PD, se ne ha capacità. Il Sindaco ha la sua visione, ne ha il diritto e l’obbligo, ma se il problema, come dice Lei è “avere un’idea chiara dell’agenda su Milano in relazione ai nodi dello sviluppo della città”, questo significa in italiano che con il Sindaco si deve discutere sulle “singole questioni e posti di potere”, il resto son fòle. Non so se lei se n’è accorto, ma, giusto o sbagliato che fosse, Pisapia in trenta giorni ha deciso contro l’orientamento del PD su due questioni chiave, PGT ed Expo, che sono uno dei “tre grandi blocchi tematici”. E che dire poi del profilo rosa della giunta: senza negare nulla a donne certamente degne, è possibile accettare per il PD del 28,6 % che nessuna delle sue esponenti sia stata ritenuta degna dello scranno assessorile? Come accettare l’applicazione sistematica di un criterio ad excludendum contro le tante energie e competenze femminili del nostro Partito? Altro che negare “una dialettica che non c’è”, che torni e presto invece, per il bene del PD, della giunta e della città.
Passiamo alla partecipazione. Anche qui frasi grosse, ma concetti confusi e soprattutto pratiche inesistenti. Pensare ai Circoli attuali come all’intelaiatura del processo di partecipazione, fa un po’ ridere, via. E cosa vuol dire poi in concreto “aprire i circoli ai tanti soggetti sociali e politici con cui abbiamo interloquito in campagna elettorale”? Come si può pensare di affidare a queste pratiche quantomeno incerte, nonostante l’impegno e la passione di tanti, l’immane compito di attivare un processo di partecipazione estesa? Più che ai circoli allora pensiamo ad ambiti di partecipazione civica capaci di coinvolgere e rappresentare nella loro interezza i cittadini, disegnando ambiti di decisione e di consultazione effettivi. Certo, come dice Boeri, i Circoli non devono essere cinghia di trasmissione tra la società e gli eletti, ma neppure possono diventare qualcosa che non sia in ultima analisi la presenza del Partito Democratico nella società. Dialettica, aperta, dinamica ed innovatrice quanto si vuole e si può, ma neppure tanto includente da divenire priva di senso e di utilità.
Che dire infine del Patto degli Innovatori? In che termini lei si rivolge al suo Partito, all’interezza del corpo democratico, ipotizzando un’alleanza selettiva tra chi è Innovatore ed escludendo chi non lo è, su che basi poi? E lo dice così, senza dire, ma alludendo. Guardi che qui vi è grave responsabilità politica, non si parla di queste cose come se si fosse sempre al Glam, con una birretta in mano. Nè vorrei che un criterio per definirli sia l’età, criterio poco utile in politica: non si può non vedere nella figura dell’ultraottantenne Napolitano e dietro di lui, in filigrana Pertini e Ciampi, un’altissima capacità politica, che ad un Renzi, tanto per non far nomi, saranno sempre preclusi, anche a cento e più anni. Lasci stare l’età, che giovani sono anche i polli di allevamento che sembrano tanto belli ma sul piatto non sanno di nulla. Lei è giovane, ed allora accetti un consiglio: si applichi, metta da parte il sussidiario di grammatica politica. Si dedichi alla pratica. Ne faccia tanta, che nel nostro Partito da Veltroni in giù, sono molti i fini dicitori, ma molto meno i politici dal passo lungo, concreti, capaci, innovatori con metodo. Ora però si va in vacanza ed è proprio difficile essere cattivi. Per ora, non La bocciamo, La rimandiamo a settembre. Ci siamo annotati le sue promesse, le abbiamo rivolto le nostre proposte, vedremo. Sperare non costa nulla, ma sappiamo tutti che di sole speranze non si può vivere.



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