Caso Penati/ La sinistra non può “cadere dalle nuvole”
Di Giuseppe Baiocchi 
Bersani e Penati
E’ ormai convinzione diffusa che, sul terreno politico, ci troviamo alla fine di un ciclo storico e che il Paese senta forte la necessità di “voltare pagina”. E, nella fisiologica alternanza di una democrazia matura, si presume che toccherà alla sinistra nelle sue diverse articolazioni la responsabilità di guidare l’Italia.
Ma, se è credibile questa prospettiva, è naturale aspettarsi (ed è nell’interesse più autentico della medesima sinistra) che l’opinione pubblica diventi particolarmente esigente, se non addirittura spietata, nel chiedere conto di una piena credibilità quanto a prassi, consuetudini e comportamenti a chi ha sempre proclamato la propria “diversità etica”.
Tra i tormenti che squassano il principale partito della sinistra sul “caso Penati” il modo migliore per “farsi male da soli” è quello che sembra già essersi messo in moto. E cioè, dentro la retorica giustizialista purtroppo prevalente, l’atteggiamento diffuso di “cadere dalle nuvole”. Filippo Penati è già un “lebbroso”, non lo conosce quasi più nessuno, tutti prendono le distanze. E si arriverà magari al paradosso di una rapida condanna politica, fino all’espulsione dal partito, quando poi alla fine del percorso giudiziario l’imputato potrebbe ancora risultare innocente e non soltanto “prescritto”.
La tentazione del capro espiatorio è spesso un riflesso condizionato nel panorama politico dove non sono state per nulla superate le tossine di Tangentopoli. Eppure “cadere dalle nuvole” appare la via inutilmente più facile: in fondo non si tratta di vicende appena appena accadute. L’inchiesta della procura di Monza affonda molto indietro nel tempo e, comunque andrà a finire, disegna uno scenario ben più complesso di fatti di ordinaria corruzione sulle aree dismesse circoscritte nell’enclave di Sesto San Giovanni : nel “direttorio finanziario democratico” (per usare il linguaggio dei magistrati) si stagliano il filone corposo e annoso dei trasporti, il ruolo ambiguo delle Coop, gli intrecci con le scalate bancarie.
Errare humanum, perseverare diabolicum. E stupisce amaramente che la sinistra non si interroghi sulla portata del sistema, non si decida a ragionare culturalmente sul peso delle relazioni di potere, sui difetti di un metodo di promiscuità con gli affari, sulla distorsione dell’economia, sulle pratiche e i traffici poco puliti. Per i quali nessuno è vaccinato in partenza, né è automaticamente immune per grazia di appartenenza. Perché è una sfida sempre egualitaria la difficile fatica dell’onestà.
Invece affiora tenace l’illusione che, liberandosi in fretta del singolo “mariuolo”, si possa rapidamente tornare a suonare la perenne canzone della “superiorità antropologica”. Forse farebbe bene (per il Paese e per la stessa sinistra) rileggersi adesso con un supplemento di attenzione quel saggio di uno scomodo sociologo di sinistra, Luca Ricolfi, uscito nel 2005 proprio quando si compiva lo stravagante acquisto pubblico delle azioni della Serravalle. Titolo: Perché siamo antipatici ? La sinistra e il complesso dei migliori …



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.

















