Le inchieste on demand
Mercoledì, 20 luglio 2011 - 16:03:00
Di Giuseppe Morello
È sempre più vero che in Italia se non hai una bella inchiesta per corruzione o per mafia sul groppone non sei nessuno. L’indagine della procura di Monza che vede indagato il vice presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Filippo Penati, suscita qualche interrogativo generale, indipendentemente dalla specifica vicenda, ancora tutta da chiarire. La sensazione è che tutti siano potenzialmente indagabili, basta volerlo. È come se esistesse un fascicolo già pronto per ogni persona che in qualche modo è parte del o orbita attorno al potere, e così alla bisogna lo si tira fuori. Non parliamo solo del caso Penati, ma delle dozzine di inchieste a destra e a sinistra che da anni ormai sono stabilmente (e ormai in maniera nauseante) parte integrante del dibattito politico, se non addirittura il fulcro attorno a cui ruota tutta la lotta politica.
Berlusconi ha troppo potere? Ecco il fascicolo per lui. Tremonti è in ascesa? Pronto il dossier sul ministro. C’è il caso Papa e il Pd sta crescendo troppo? Basta chiedere e spunta l’inchiesta su fatti di 10 anni fa a carico di Penati, già coordinatore della segreteria di Bersani. Chissà perché, appena ce ne è bisogno arriva l’inchiesta al momento opportuno, con un tempismo che fa sospettare, appunto, che i fascicoli siano pronti da anni e vengano sfornati quando serve (complice la farsa dell’obbligatorietà dell’azione penale).
Ribaltando il ragionamento, l’impressione è che nel nostro paese si riesca a far carriera politica (e nei dintorni) solo se si è ricattabili. Paradossalmente l’ascesa sembra concessa solo a chi ha qualche scheletro nell’armadio: il sistema infatti lascia strada solo a chi può essere disarcionato in qualunque momento. Tanto di questi tempi un dossier non si nega a nessuno. E se non c’è un dossier su di te vuol dire che non conti niente.
giuseppe.morello@affaritaliani.it
È sempre più vero che in Italia se non hai una bella inchiesta per corruzione o per mafia sul groppone non sei nessuno. L’indagine della procura di Monza che vede indagato il vice presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Filippo Penati, suscita qualche interrogativo generale, indipendentemente dalla specifica vicenda, ancora tutta da chiarire. La sensazione è che tutti siano potenzialmente indagabili, basta volerlo. È come se esistesse un fascicolo già pronto per ogni persona che in qualche modo è parte del o orbita attorno al potere, e così alla bisogna lo si tira fuori. Non parliamo solo del caso Penati, ma delle dozzine di inchieste a destra e a sinistra che da anni ormai sono stabilmente (e ormai in maniera nauseante) parte integrante del dibattito politico, se non addirittura il fulcro attorno a cui ruota tutta la lotta politica.
Berlusconi ha troppo potere? Ecco il fascicolo per lui. Tremonti è in ascesa? Pronto il dossier sul ministro. C’è il caso Papa e il Pd sta crescendo troppo? Basta chiedere e spunta l’inchiesta su fatti di 10 anni fa a carico di Penati, già coordinatore della segreteria di Bersani. Chissà perché, appena ce ne è bisogno arriva l’inchiesta al momento opportuno, con un tempismo che fa sospettare, appunto, che i fascicoli siano pronti da anni e vengano sfornati quando serve (complice la farsa dell’obbligatorietà dell’azione penale).
Ribaltando il ragionamento, l’impressione è che nel nostro paese si riesca a far carriera politica (e nei dintorni) solo se si è ricattabili. Paradossalmente l’ascesa sembra concessa solo a chi ha qualche scheletro nell’armadio: il sistema infatti lascia strada solo a chi può essere disarcionato in qualunque momento. Tanto di questi tempi un dossier non si nega a nessuno. E se non c’è un dossier su di te vuol dire che non conti niente.
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