Milano/ La moschea? Tormentone estivo

Sabato, 22 agosto 2009 - 12:30:00


Più puntuale dell’anticiclone estivo, più martellante di un tormentone di Tiziano Ferro, più intricata del Bartezzaghi sudato sotto l’ombrellone, torna anche quest’anno l’infinita querelle sulla moschea islamica a Milano. E iniziato il Ramadam e si riaccende prepotentemente la miccia innescata l’estate scorsa... Più puntuale dell’anticiclone estivo, più martellante di un tormentone di Tiziano Ferro, più intricata del Bartezzaghi sudato sotto l’ombrellone, torna anche quest’anno l’infinita querelle sulla moschea islamica a Milano. E iniziato il Ramadam e si riaccende prepotentemente la miccia innescata l’estate scorsa, quando il ministro Maroni decretò l’allontanamento dei fedeli dai marciapiedi di viale Jenner. Allora, come oggi, si decise di permettere le celebrazioni del Ramadan sotto i tendoni del teatro Ciak. Allora, come oggi, si scelse una soluzione provvisoria. La classica toppa peggiore del buco.

Sì, perché in un anno, del buco dimenticato sotto la toppa non se n’è curato nessuno ed ora la soluzione più naturale è lasciare le come some stanno. Di quel buco, ormai fatto cratere, se ne ricorda però il Prefetto Lombardi, che torna ad auspicare il raggiungimento di un accordo risolutivo con la comunità islamica e l’individuazione di un territorio idoneo ad ospitare i fedeli musulmani. Di tutt’altro avviso il vicesindaco Riccardo De Corato. Siccome il Piano Generale del Territorio non prevede alcuna moschea - ragiona il patron dell’ossessione securitaria in salsa meneghina- a Milano non verrà realizzata alcuna moschea. Come risolvere quindi l’annosa questione? Continuando a mettere toppe sopra toppe nell’utopia che il buco si ricucia da sé? Eppure un anno fa Pd e Forza Italia si trovavano piuttosto concordi sulla necessità di creare un luogo di culto per i fedeli islamici. Tutto partì dalla Lega. Fu il Carroccio a premere per la “diaspora” da viale Jenner e per il temporaneo spostamento all’ex velodromo Vigorelli.

Temporaneo perché la settimana successiva, con grande sollievo dei residenti delle vie limitrofe al Vigorelli, la preghiera del venerdì fu spostata al Palasharp. Altra soluzione transitoria: ad apertura della Festa del partito democratico, tradizionalmente celebrata a Lampugnano, i fedeli furono nuovamente sgomberati e dirottati al tendone del Ciak, dove vi rimasero per tutto il periodo del Ramadan, mentre si avvallavano da più parti ipotesi di zone in cui insediare una volta per tutte un centro islamico capace di accogliere i 5 mila musulmani praticanti che risiedono a Milano. Si parlò di Arese, di Desio, del quartiere Rubattino, di Affori. Bastava soltanto che qualcuno nominasse un territorio o un comune della provincia come eventuale sede della moschea che residenti e sindaci annunciavano battaglia dura. “Not in my backyard”, non nel mio giardino. E così fu. Per tutto l’inverno i fedeli del venerdì si sono divisi tra lo scantinato di Viale Jenner e il Palasharp. Il Comune ha lasciato che la cosa si trascinasse per altri 12 mesi e ora si è punto e a capo.

Ora spunta l’ipotesi, ventilata dall’opposizione, di creare una moschea nella zona Expo. Se Carlo Fidanza, presidente della Commissione Expo, si dice possibilista –“purchè siano gli arabi a pagarsela”- la Lega pone l’ennesimo niet. C’è da scommettere che la bolla si sgonfierà nuovamente al calar del sole dell’ultimo giorno di Ramadan, E d’altra parte è nello stile dell’amministrazione posticipare la risoluzione delle questioni più intricate che riguardano la città. Pilotata in buona parte dai diktat del Carroccio e incapace di gestire situazioni che la realtà multietnica di Milano impone ormai da anni. I cinesi di Paolo Sarpi e i rom dei diversi insediamenti rappresentano, come i fedeli islamici, una presenza ormai radicata che richiede interventi lungimiranti e risolutivi. Troppo difficile per un governo che tende troppo spesso alla semplificazione e che sembra incapace di comprendere ed accettare ciò che per sua natura si discosta dalla “normalità” italiana.

Da chiamamilano

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