Milano/ “Il Cie di via Corelli? Peggio del carcere”
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A colpire D'Alessio e Straini sono state da un lato alcune condizioni logistiche, dall'altro alcune regole che regolano la vita all'interno della struttura. Sul primo fronte, si sono detti scioccati dalla mancanza di privacy delle donne, che hanno gli spogliatoi delle docce adiacenti a uno dei settori maschili. A separarli, un muro con delle finestre a sbarre da cui in alcuni casi sono state strappate le grate che ostacolano la vista. Sul fronte delle regole, per i legali è "assurdo che gli 'ospiti', per lo più incensurati, possano parlare con chiunque con il proprio telefono cellulare, ma per incontrare i parenti devono ottenere un'autorizzazione". A loro dire, inoltre, i contatti con gli ospiti, una sessantina al momento, sono stati limitati. "Siamo stati accompagnati nei settori disabitati E e D. Poi su nostra insistenza anche negli altri, ma non ci è stato consentito il contatto con persone all'interno. Per esempio quando siamo stati portati nel cortile delle donne, queste ultime sono state accompagnate nelle camerate".
D'Alessio e Straini hanno inoltre chiesto alla prefettura spiegazioni sul mancato funzionamento per due mesi delle telecamere posizionate nei cortili, ma sostengono di non avere ancora avuto risposta. Lamentano inoltre di non aver potuto visitare la sala che ospita i monitor, di non aver ricevuto spiegazioni sulla cancellazione per sovrascrizione dei video che hanno registrato gli incidenti e che quasi tutti i testimoni, trattenuti in via Corelli al momento dei fatti contestati ai 14 imputati, sono stati trasferiti in altri centri o rimpatriati. Con l'eccezione di tre stranieri, 2 tunisini e un marocchino, che sono stati chiamati a deporre al processo che proseguirà il 21 settembre.



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