Milano/ Gli scheletri di via Rubattino. Il reportage fotografico di Affaritaliani

Martedì, 30 dicembre 2008 - 11:39:00

Di Corrado Fontana

Non sembra neanche Milano, e in parte non lo è più davvero se, quando arrivo alle 7 del mattino, riesco a sentire i galli che cantano nelle cascine d’intorno. Come se piazza Duomo fosse lontana anni luce… E invece sono al margine dell’enorme area industriale che si estende tra via Caduti di Marcinelle, strada isolata che oggi finisce pressoché nel nulla, e la parallela via Rubattino, con la tangenziale Est sopraelevata a fare da lato corto di questo sconfinato rettangolo immaginario.



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Un’area tanto grande che è facile da vedere per chi naviga in Google Maps e in cui, dal satellite, si distinguono bene quattro gruppi di capannoni via via che ci si allontana dalla tangenziale: il secondo di questi è anche l’unica struttura non fatiscente dell’area e ospita la Innse Presse e i suoi operai che, in presidio permanente, resistono da 7 mesi all’incomprensibile volontà di chiusura di una fabbrica che – a detta di molti – potrebbe restare sul mercato senza problemi.

Ma nella Milano di oggi, dove la paura di recessione si scaccia con le luminarie natalizie, fabbriche e operai paiono forse demodé a chi già pensa di poter sfruttare l’intera area da oltre 600mila metri quadri, compreso lo spazio occupato ora dalla Innse, per costruire qualcosa di più moderno e remunerativo: il piano di riconversione è ancora magmatico, ma dovrebbe prevedere edilizia residenziale, attrezzature commerciali, uffici, cinema multisala, parchi e forse anche siti universitari. Di sicuro c’è che, con o senza la Innse, i vecchi capannoni pericolanti dell’ex Innocenti-Maserati andranno bonificati totalmente e in fretta dall’amianto anche se, per il momento, restano lì, in una sorta di interregno residuale fatto di campi arati e operai come a Milano non ce ne sono quasi più. I capannoni, giganteschi scheletri d’acciaio e cemento senza più copertura, rimangono nel gelo invernale a incrostare la memoria di una città che una volta conviveva con la fabbrica e anzi da essa traeva la forza per emergere.

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