Milano/ Mobbing, dirigente risarcita devolve denaro in beneficenza
Hanno patteggiato una condanna a 4 mesi di reclusione convertiti in una multa di 4.500 euro i tre dirigenti della banca d'affari Hsbc Bank accusati di mobbing. La vittima, un'altra dirigente della sede milanese dell'istituto isolata da quando ha annunciato al lavoro di essere incinta, devolverà in beneficenza il risarcimento di 50mila euro, decurtato solo delle spese legali. Circa 40mila euro andranno a favore dell'Associazione di Cooperazione in Africa e America latina (Acra) e altri 5mila serviranno a far operare una bambina ecuadoriana. In base a quanto ricostruito dal pubblico ministero Piero Basilone, da quando la donna ha annunciato ai suoi capi la maternità, ha subito non solo un demansionamento della propria professionalità, ma è stata anche umiliata. Dal momento che il reato di mobbing non è contemplato dal codice penale italiano, i reati contestati dal pm sono di maltrattamenti, lesioni volontarie, violenza privata, ma anche mancata esecuzione di provvedimento dell'autorità giudiziaria. 
Il patteggiamento, accolto oggi dal giudice della quinta sezione penale Lorella Trovato, comprende però anche la derubricazione del reato di lesioni volontarie gravi in lesioni colpose. I fatti sono avvenuti tra il febbraio 2003 e il luglio 2005, quando il direttore generale Alessandro Baroni, il responsabile della sala operativa Roland Haag e la responsabile del personale della banca angloasiatica Beatrice Forte hanno messo in atto condotte ''consistenti nella dequalificazione" della donna "nel demansionamento e nella defunzionalizzazione, oltre che nell'isolamento lavorativo e fisico e nelle conseguenti umiliazioni professionali e umane" si legge nel capo di imputazione. Tutto ciò, secondo l'accusa, ha causato alla dipendente assunta nell'ottobre del 2001 per gestire il settore Equity sales, ovvero i titoli del comparto asiatico, "uno stato di evidente avvilimento, prostrazione e sofferenza psicofisica e da rendere abitualmente mortificanti e dolorose" le relazioni sul lavoro, tanto da causarle "lesioni personali gravi, diagnosticate in termini di un 'disturbo dell'adattamento cronico con ansia e umore depresso misti". Dopo l'annuncio della maternità nel febbraio 2003 ai responsabili europei dell'istituto, alla dirigente all'epoca 37enne è stata immediatamente sottratta la gestione di un cliente importante come Banca Intesa. A giugno la donna si ß assentata dal lavoro per la maternità e pochi giorni prima del rientro, il 6 novembre 2003, è stata avvisata telefonicamente dal suo diretto superiore che il suo ufficio era stato smantellato e che al rientro sarebbe stata licenziata come i suoi collaboratori. Inoltre, attraverso il sito internet di una nota agenzia straniera si è reso noto ai clienti italiani gestiti dalla donna che dovevano rivolgersi a un nuovo referente perchá lei "preferiva fare la madre a tempo pieno". Al rientro in banca il 17 novembre successivo la dirigente è stata sistemata per una settimana "in una stanza vuota priva di computer e telefono". Infine, tra gli altri soprusi, è stata demansionata, essendo assegnata il 25 novembre alla Funzione Anagrafe alle dipendenze di una persona che un tempo le era subordinata. Da allora, si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, la donna ha sviluppato "forti sintomi di disagio psicofisico'', con incubi violenti, forti mal di testa, bruciori di stomaco, scoppi di pianto improvvisi.
La dirigente ha poi fatto causa ed è stata reintegrata nella sua posizione dal giudice del lavoro, ma la banca non ha rispettato l'ordinanza del Tribunale. Successivamente, la causa relativa alla risoluzione del rapporto di lavoro si è conclusa con una transazione economica di 260mila euro. Nel frattempo, tuttavia, si è incardinato il processo penale per il mobbing in cui la vittima si è costituita parte civile con l'assistenza dell'avvocato Stefano Rubio. Oggi il giudice della quinta sezione penale ha accolto i patteggiamenti.



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