Milan-Inter si avvicina il derby. Ma intanto il calcio dilettantistico muore
Foto Giorgio Caccamodi Lorenzo Lamperti
Tempo di derby, tempo di Milan-Inter. Si avvicina il giorno della grande sfida di domenica, la stracittadina milanese che ancora una volta può decidere le sorti del campionato italiano. Milano è una delle città più titolate al mondo sotto il profilo calcistico. Rossoneri e nerazzurri danno lustro al nome del capoluogo lombardo in tutti gli stadi d'Italia, d'Europa e del mondo da più di un secolo.
Le due ricche società, guidate da Berlusconi e Moratti, si sfidano a colpi di stelle in campo e a suon di milioni fuori. I milioni necessari per acquistare Carlitos Tevez, l'attaccante argentino sogno proibito dei due club.
Milioni che si sognano tutte le altre realtà calcistiche della città e della provincia. Così, mentre tutti sono pronti a seguire il nuovo capitolo dell'eterna rivalità rossonerazzurra, il calcio dilettantistico a Milano sta morendo, nella generale indifferenza.
Milano non è più una città per il calcio. Almeno osservando il numero delle società che cessano l’attività o di quelle che decidono di operare una fusione per continuare a sopravvivere. Negli ultimi due anni sono più di 40 le squadre della Provincia di Milano a essere sparite. Fino a giugno 2009 le società esistenti erano 273. Questo significa che in poco più di un anno il 15% hanno chiuso. Un’agonia nemmeno troppo lenta. Ma come mai lo sport più amato dagli italiani sta perdendo sempre più spazio sul territorio milanese?
|
L'INTERVISTA A CHIARA BISCONTI
![]() "Bisogna tornare allo spirito da oratorio". Così commenta la situazione del calcio dilettantistico milanese, in un'intervista ad Affari, Chiara Bisconti, assessore al Benessere, Qualità della Vita, Sport e Tempo Libero del Comune di Milano. "Mi piacerebbe che si sviluppasse un'offerta non competitiva. Nel calcio l'agonismo è troppo esasperato", dice la Bisconti, che indica la strada per le società che cercano di sopravvivere: "L'unica possibilità è rafforzare il legame con il quartiere". |
LA CRISI ECONOMICA – Un primo fattore è certamente la mancanza di risorse economiche. Le spese sono ormai insostenibili per piccole società che non hanno certo grandi introiti. La voce di ricavo più forte per le squadre dilettantistiche sono le spese di iscrizione dei bambini e dei ragazzini. Troppo piccoli i guadagni provenienti dai biglietti per le partite, che solo qualcuno fa pagare, e dagli sponsor. Il punto è che le quote di iscrizione non possono essere alzate più di tanto, perché altrimenti si scoraggia l’arrivo dei bambini. Difficile uscire dal circolo vizioso, anche perché l’affiliazione ai campionati Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) è piuttosto salata, circa 10 mila 500 euro all’anno. Senza contare le accise per luce, acqua e gas. E i materiali da gioco.
L’ASPETTO SOCIALE – Ma il problema non è solo economico. C’è di più. Il calcio di quartiere si fonda sul volontariato. Genitori, parenti, e abitanti della zona sono sempre stati lo zoccolo duro delle piccole società di calcio dilettantistiche. Si improvvisavano allenatori, dirigenti, accompagnatori, arbitri, guardalinee. Il tutto gratis. Per seguire i propri figli, oppure per passione. Ora questo universo si sta lentamente sgretolando. Si è creato un distacco tra la gente e i campi di periferia. Il risultato è che i campi si svuotano. Le strade sono due: o viene pagato qualcuno per collaborare, o si chiude. Il più delle volte la seconda ipotesi è l’unica percorribile. Con inevitabili ripercussioni sulla vita dei quartieri e di chi li abita. Soprattutto nelle zone più disagiate il calcio ha una forte funzione sociale. Toglie, o toglieva, i ragazzi dalla strada e gli insegna, o gli insegnava, come stare in un gruppo.
PROBLEMI DI VOCAZIONE – Non è tutto. Si è verificato un progressivo allontanamento tra i bambini e i ragazzini e il calcio. Un po’ per l’emergere di altri sport, un po’ per il boom dei videogiochi. Il risultato è che il pallone a Milano soffre. Fino a qualche anno fa, le società erano costrette a selezionare gli aspiranti calciatori che si presentavano al centro sportivo. Ora succede il contrario. Sono le squadre a cercare di reclutare bambini e ragazzini per completare le rose.
FUSIONE O MORTE – Per sopravvivere, molte società hanno dovuto unire le forze, dimezzando i costi attraverso una fusione. È un fenomeno sempre più diffuso e ormai coinvolge non solo singoli quartieri ma intere cittadine di provincia. Ultimi casi la fusione tra Vittuone e Corbetta, che ha cancellato due realtà storicamente rivali, e quella tra A.I.C.S. Olmi e Cesano Boscone. Negli anni si sono unite G.S. Frogmontegani e l’U.S. La Rossa, entrambe società della periferia sud, A.C. Vigentino e A.S. Juniormissaglia, zona Chiesa Rossa. L’U.S. Ambrosiana è confluita nella Dindelli. Ma il caso più clamoroso, datato 2004, è la fusione tra A.S. Bariviera Fadini e U.S. Aldini Unes. Per decenni, Aldini-Bariviera era stato il derby di Quarto Oggiaro. Tanti quartieri, invece, hanno visto la propria società sparire del tutto. Negli ultimi anni hanno cessato l’attività, tra le altre: Olimpic Niguarda, Aics Figino, A.S. La Negrelli (zona De Amicis) e Giussani Calcio (zona Barona). Per non parlare della provincia: non esiste più l’U.S. Corsico, società che era stata fondata nel 1908, e il Giorgella, sempre della cittadina al confine con Milano. Altre importanti realtà sono sparite da un giorno all’altro, come la Pro Sesto.
POSSIBILI SOLUZIONI – Il futuro, per il calcio dilettantistico milanese, non sembra dei più rosei. Ma ancora qualche ancora di salvataggio esiste. In particolare ne esistono due. Investire, per chi può farlo, e reinventare, per chi invece ha qualche difficoltà. Chi ha qualche soldo da spendere oggi fa il campo sintetico. È il caso dell’S.S. Alcione, nei pressi di San Siro, che anche grazie al rinnovamento del suo centro sportivo attira iscritti da diverse parti della città. È una delle poche società con gli organici in crescita, grazie anche al fallimento di altre squadre della zona. In pratica, l’Alcione deve il suo successo al fatto che si espande al di fuori del proprio quartiere di riferimento. Ricetta totalmente opposta quella che invece indica ad Affari l’assessore allo Sport Chiara Bisconti: “Le società di calcio devono assolutamente recuperare il legame con il quartiere”. E quindi creare nuove iniziative, legate al territorio e non per forza connesse al calcio. Qualcuno sta provando a muoversi in questo senso, con corsi di palestra e iniziative culturali. Sarà abbastanza? Nel frattempo, a Milano, il pallone rotola a fatica.
La situazione del calcio dilettantistico milanese nelle parole di presidenti e dirigenti delle società.
LE INTERVISTE DI AFFARI
GILBERTO PRINCIPI, ex presidente A.C. La Comina (cessata l’attività a settembre 2010), zona Bonola
“Noi abbiamo dovuto chiudere e non solo per problemi economici. Non c’era più nessuno che veniva ad aiutare, facevamo davvero fatica. È un peccato perché operavamo in una zona che ha bisogno di luoghi di incontro e di integrazione. La cosa che mi dispiace di più è che i ragazzi del quartiere non abbiano più la loro squadra”.

NATALINO CALEFFI, vicepresidente G.S. Villa, zona Villa San Giovanni
“Noi siamo riusciti a fare un campo sintetico e lo abbiamo fatto da soli, senza l’aiuto di nessuno. Abbiamo aperto un mutuo col credito sportivo autotassandoci. Andiamo avanti perché siamo pienamente convinti, al contrario di quello che pensano i politici, che il futuro siano i giovani. E per i giovani è importante avere un luogo dove giocare e fare esperienze. Era bello quando ogni quartiere della città aveva la sua squadra, perché le società di calcio hanno un importante ruolo sociale. Tutto si regge sul volontariato e sul legame con il quartiere: se viene meno quello siamo finiti. Noi cerchiamo di essere presenti sul territorio, per esempio mandiamo i nostri allenatori a fare lezioni di educazione motoria in qualche scuola della zona. Però è difficile, c’è sempre meno gente a fare qualcosa senza avere nulla in cambio”.

GIOVANNI BEZZI, presidente Rogoredo 1984, zona Corvetto
“Noi abbiamo quasi 300 iscritti. Negli ultimi anni ci siamo ripresi anche grazie all’avvento del quartiere Santa Giulia e dell’arrivo di nuove famiglie. La nostra società si fonda sul lavoro dei volontari. Qui siamo tutti volontari. Non possiamo spendere, anche perché poi mica abbiamo un milionario che arriva e ci ripiana i debiti… Noi siamo riusciti a instaurare un bel rapporto con il quartiere. I genitori dei giocatori fanno i dirigenti e la cosa bella è che in molti sono rimasti a farlo anche quando i propri figli hanno smesso di giocare da noi. Ecco, purtroppo i genitori di oggi sono peggio di quelli di una volta: dicono cose incredibili, istigano i bambini al gioco pesante e poi sembra che tutti abbiano dei fenomeni come figli”.

PIERGIUSEPPE FESTI, segretario generale U.S. Dindelli, zona Precotto
“Dire che andiamo bene sarebbe una parola grossa. Si tira avanti con il volontariato e si cerca di far quadrare i bilanci tenendo bassi i costi. Nel corso degli anni il Comune non ci ha mai dato nessun tipo di aiuto, anzi quando ha potuto ci ha anche tirato qualche bastonata. A Milano le società di calcio devono pagare da sole tutto quanto, dal mantenimento dei campi alle bollette di acqua, luce e gas. Non viene riconosciuto il nostro ruolo sociale. C’è sempre meno vocazione al calcio ed è anche più difficile qualitativamente trovare ragazzi validi. Se non fosse per gli stranieri, nel nostro caso molti sudamericani che vivono nel quartiere, faremmo fatica a completare le rose”.

RAFFAELE CATAPANO, presidente U.S. Quinto Romano, zona Quinto Romano
“Noi abbiamo presentato nel 2008 un progetto di riqualificazione del centro sportivo. Avevo partecipato a un bando del credito sportivo per la ristrutturazione degli impianti. Il progetto è stato approvato ma siamo ancora in attesa di una risposta del Comune per girare al credito sportivo una fideiussione di 200 mila euro. Volevamo sviluppare iniziative per i giovani della zona. L’obiettivo era creare una specie di circolo culturale, oltre che sportivo, per arricchire quello che oggi è un quartiere dormitorio”.

ALESSANDRO COZZOLINO, direttore generale dell’A.S.D. Olmi Cesano, zona Olmi/Cesano Boscone
“Unire le forze è stata l’unica strada per sopravvivere. Fino a giugno eravamo due società separate, l’A.I.C.S. Olmi e l’U.S. Cesano Boscone, ma la fusione è stata una necessità. Prima di tutto sotto l’aspetto economico e poi anche per un motivo di spazi. Sul campo del Cesano Boscone ci sono 6/7 società che si allenano nello stesso impianto e non riuscivamo più a gestire la situazione. D’altra parte, oggi o alzi le quote di iscrizione che fai pagare ai bambini oppure ti fondi. E visto che non si può gravare ancora di più sulle famiglie in questo momento, abbiamo deciso per la seconda opzione. La situazione è comunque dura. Gli sponsor ormai non ti danno più di 1000 euro all’anno e noi abbiamo tantissime spese: a parte le bollette e il materiale sportivo, c’è da considerare che l’iscrizione alla Figc costa 10 mila e 500 euro. E poi non c’è più gente che fa volontariato. Le persone aiutano ma qualcosina gli devi dare anche perché magari è gente che non ha un lavoro e ci rimette soldi per la benzina. Stiamo poi provando a rafforzare il legame con il territorio. Stiamo pensando ad organizzare alcuni corsi di ginnastica o palestra”.
FULVIO GATTI, direttore sportivo U.S. Aldini Bariviera, zona Quarto Oggiaro
“La situazione è buona grazie anche al rapporto privilegiato che abbiamo con il Milan. Qui da noi sono passati tanti ragazzi che poi hanno giocato in serie A: da Tonino Asta a Brioschi, da Colacone a Venturin. E altri ancora. Pistone, per esempio, che oggi allena gli Allievi insieme a Maurizio Ganz. La fusione con il Bariviera era impensabile ma ci è servita per unire le forze e ampliare gli spazi”.

PIERO FROSIO (in foto), ex giocatore ed ex allenatore di serie A, oggi direttore tecnico U.S. Aldini Bariviera
“Una volta l’unico problema di una società di calcio era selezionare i ragazzi. Oggi invece il problema è trovarli. In molti rispetto ad anni fa si dedicano anche ad altri sport, mentre una volta il calcio era l’unico divertimento possibile. E poi in generale si gioca di meno anche per strada. I bambini escono di meno, gli oratori sono meno frequentati ed è anche più difficile, così, trovare nuovi talenti”.

GIANCARLO CORBETTA, direttore sportivo A.S.D. Alcione, zona San Siro
“Noi siamo in crescita, abbiamo circa 850 tesserati. I motivi sono principalmente tre: il campo sintetico, la qualità del nostro lavoro e la crisi delle altre società di zona. Per quanto riguarda il campo, sembra una cavolata, ma ci sono le madri che dicono: “Ah, che bello! Così non si sporcano”. Poi noi cerchiamo di fare un buon lavoro e costruire delle squadre competitive. E lo facciamo da soli, senza essere legati a nessuna società professionistica. E poi ci sono le squadre che chiudono e quindi diventiamo un po’ i catalizzatori di questa parte di Milano, soprattutto dopo la chiusura di Corsico e Giorgella. Ma per il futuro c’è paura, questo mondo si fonda esclusivamente sulla passione. Far crescere una realtà come questa, ma crollare è un attimo eh”.


Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.







































