Dibattito Pd Milano/ Poche idee ma confuse. La lettera di Maurizio De Caro a Filippo Penati

Martedì, 9 dicembre 2008 - 14:20:00

IL MANIFESTO DI FILIPPO PENATI

L'intervista di Affari al Presidente della Provincia

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Qualcuno dice che basta avere un'idea per far vincere il PD, purchè sia. Tutti rimpiangono tutti e tutto e si buttano all’inseguimento del padre nobile dell’improbabile semi-leader, della starlette del consiglio comunale. Partiti del nord del sud, del centro e delle isole. Dopo aver polverizzato le metafore della destra (DIO/PATRIA/FAMIGLIA/REALITY/TELEVOTO/MERCATOLIBERO/HAPPYHOUR),il piddì non ha ancora trovato un indizio, non un colpevole, nessun delitto, nessun dolore. Tra Villari/villani inguardabili e distinguo dei prodiani(?), non riusciamo più ad ascoltare un suono che si avvicini sia pure lontanamente ad un’idea forte, anche nell’area francescana della Binetti.

Crozza (area veltroniana) è diventato l’editorialista-paggio della sinistra ed è più imbarazzato di D’Alema (area ovunque) mentre lo sbriciola: fuoco amico sul divano amico. E’ il caimano, i caimanini di altro colore ci preoccupano (ma molto meno di Clementina), perché sono una categoria dello spirito che il popolo di sinistra non ha metabolizzato. A Firenze, Napoli, L’Aquila, l’Idea magra manca, ma la consulenza grassa resiste e nel basso impero, o nell’alto medio-evo, gli scontri per bande stanno diventando proprio “come Dio comanda”. Qualcuno ci vuole spiegare perché nessuno ha detto chiaramente in quale deriva asfittica si è cacciato l’anti berlusconismo che ci ostiniamo a chiamare partito democratico.


Maurizio De Caro
Conosco Filippo Penati da oltre venti anni, quando lavoravamo insieme alla Lega, eravamo moto meno famosi (e fumosi), ed io preferivo ai suoi leader, gli stessi che oggi preferisce Lui. Gli voglio bene perché finalmente ha compreso il progetto di Carlo Tognoli, la sua capacità di interrelazione tra diversità, la logica sintetica e, cazzo, l’idea. Carlo aveva (ed ha ancora) un’idea riformista di città, un’ipotesi di trasformazione che partiva dalla Politica. Carlo governava questa città, e Filippo lo sa perfettamente, perché ne conosceva i bisogni indifferentemente dal centro alle periferie e li risolveva attraverso la visione strategica della politica.

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Criticabile certo ma te lo immagini, caro Filippo, un sindaco come quello che cala brache davanti a qualsiasi tipo di potere (temporale e spirituale). Quella è stata l’ultima stagione dell’autorevolezza che non ha bisogno di autorità: il carisma contro la forza.

Non te lo immagini, ma adesso il tempo è scaduto e quell’idea non basta più ad una società incattivita (proprio quella descritta da Ammaniti) frantumata, consumista a credito, violenta immotivatamente, apolitica, perversa. Quali idee hai trovato in questi mesi se non sperare di allearti a Casini, o forse alla Lega, magari ai pensionati, senza Rifondazione oppure si. Che leader sei, se non riusciamo neppure noi a capire se è meglio l’esercito contro gli abusivi e le puttane, se è giusto farsi la comunione prima di ogni seduta del Consiglio Provinciale, sei ancora di sinistra? O sei diventato un Penatiano autoreferenziale.

Quali idee? Quelle che ha espresso il tuo immortale assessore alla cultura (elimini l’orribile ed inutile spazio Oberdan o lo trasformi in qualche cosa che possa assomigliare ad uno spazio culturale piuttosto, o in un garage), o quelle sulle unioni civili o sul PGT o sull’EXPO (comica alla De Rege, no alla Bracco e non entriamo, come si è visto), o sui campi Rom, o su Corritore.

Caro Filippo hai tentato di Sestizzare la provincia, ma mi pare che il progetto non ha funzionato come quando eri Sindaco (bravissimo) dell’orgogliosa Stalingrado d’Italia. Da che parte stai? E verso quale parte vuoi andare? Non basta avere giacche migliori, essere alla moda per piacere a quelli che ti devono far vincere. Costi quel che costi.

Ti ricordi i circoli operativi, la rete jurassica del dialogo e del dibattito, (archeo-internet) ma non voglio sembrarti nostalgico perchè quando il rimpianto prende il sopravvento in politica, significa che l’ultima idea di futuro è spenta. Fuori dal Palazzo questa ipotesi sembra avverarsi pericolosamente.

La battaglia per la conquista di Palazzo Isimbardi ti accomuna in maniera preoccupante all’altro Proconsole, e non vorremmo continuare a votare contro, ma a favore di una idealità condivisa, magari difficile, scomoda ma originale. Tutto è simile, ma quest’arca sinistrata (proprio come il sub-libro di Berselli) ci piace sempre meno, ma che importa, il paese forse non ha bisogno di sogni, ma di biglietti di banca, sono sbiadite le visioni urbane alla Tognoli, ma per favore Filippo se il progetto ti sembra ancora valido, cambia i periti edili che hai scambiato per grandi architetti, e raccontami davvero come e cosa vuoi per questa città, per questo paese.

Ti ringrazio.

Maurizio

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