L’eredità di Tettamanzi
Di don Gino Rigoldi
Il cardinale, che per nove anni ha guidato la Diocesi di Milano, la più grande del mondo, suscitando a volte consensi ma anche dissensi, ci ha testimoniato la “normalità cristiana”, di come la Chiesa possa e debba muoversi nella società contemporanea. Riuscendo, con le parole e con gli interventi reali, a dare concretezza alla costruzione della fraternità, della comunità, della accoglienza e della solidarietà.
L’impegno pastorale del cardinale Tettamanzi è stato interpretato in molte maniere, alcune volte in senso positivo, altre decisamente negativo. Tanto il consenso quanto il dissenso si sono concentrati sugli interventi che vengono definiti di tipo “sociale”. Le critiche mi sembra che abbiano ricalcato un noto luogo comune, «un prete non deve impicciarsi di politica, deve limitarsi ad affermare i grandi principi del cristianesimo, lasciano che siano i governi a declinarli attraverso le scelte concrete», mentre le lodi hanno di solito sottolineato il coraggio e la tempestività dell’arcivescovo, definito come un campione dell’opposizione ai governi e alle scelte di destra.
Io credo che ci sia un po’ di confusione in entrambe le posizioni. L’interpretazione autentica delle sue parole e dei suoi gesti, d’altra parte, è stata fornita dallo stesso cardinale Tettamanzi: «Io leggo il Vangelo, imparo cosa dire e come mi devo comportare e perciò parlo e faccio». Perché dunque strattonarlo da una parte o dall’altra?
La sera, quando ho sentito e visto alla televisione le ragioni dell’arcivescovo, mi è venuto alla mente un bel libro di Enrico Deaglio intitolato “La banalità del bene” che narra di un anziano padovano di nome Giorgio Perlasca il quale, fingendosi ambasciatore spagnolo a Budapest, salvò dalla morte e dai campi di concentramento migliaia di ebrei con gravissimo rischio della propria vita: «Venivano deportati e uccisi, io potevo intervenire, l’ho fatto. Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?». Appunto: «la banalità del bene» secondo Perlasca. Per Dionigi Tettamanzi ho pensato alla «banalità evangelica del bene» declinata come solidarietà e difesa dei diritti di ogni persona, soprattutto dei più poveri e dei più indifesi.
Allora, penso che noi milanesi abbiamo avuto la grande fortuna di avere per nove anni il cardinale Tettamanzi come arcivescovo, perché con le sue parole e con le sue scelte concrete ci ha insegnato la «normalità cristiana» nella dottrina e nella pratica delle risposte alla povertà. Ha vissuto contrarietà, perfino insulti, forse anche tristezze, eppure la sua faccia tranquilla e sorridente ha continuato a dialogare con tutti.
Ci ha insegnato che ogni cristiano deve fare “politica”. Non politica di partito, che è scelta individuale, ma la politica in difesa dei diritti, soprattutto di coloro che non hanno voce. Credo che la qualità più importante dell’arcivescovo di Milano nella difesa dei diritti sia stata quella di «mettere i piedi nel piatto» e cioè di non fermarsi all’affermazione dei grandi principi generali quanto piuttosto di nominare i fatti concreti con l’impegno di un giudizio cristiano. Direi che ci è riuscito evitando ogni forma di ipocrisia, ancora una volta con grande coerenza rispetto agli insegnamenti del Vangelo.
Che per noi, fedeli di Milano, il cardinale sia diventato non solo il riferimento che normalmente si deve al proprio vescovo ma anche una testimonianza, quasi un simbolo di come la Chiesa può e deve muoversi nella società contemporanea è per un verso motivo di orgoglio, per un altro stimolo a esaminare la nostra stessa coscienza. Forse è meglio se prevale l’esame di coscienza.
Noi, preti e laici della diocesi di Milano, dobbiamo ringraziarlo perché ha «fatto catechesi» su come si può essere testimoni del Vangelo serenamente, con grande pazienza e fraternità, ma con altrettanta chiarezza e determinazione. Proprio a partire dal Vangelo a me pare che il nostro tempo viva in un grave peccato, pochissimo riconosciuto ma certamente il più grande tradimento di Gesù e del suo Vangelo: si chiama indifferenza, giudizio, rifiuto, discriminazione razziale e religiosa, individualismo. Giusto difendere la sicurezza di tutti i cittadini con la intelligenza e talora anche con la durezza di scelte politiche, ma sempre la fede ci dice che stiamo parlando dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, anche quando si sceglie la punizione.
In questa direzione abbiamo visto anche un’altra faccia più quotidiana, se si vuole più normale del cardinale Tettamanzi nella vita della città e delle nostre parrocchie: la sua voglia, la sua curiosità ed il suo piacere di stare con la gente. Ho in mente le lamentele di un gruppo di preti di una cittadina fuori Milano, i quali erano un po’ infastiditi con l’arcivescovo perché alla fine della messa se ne era andato in piazza a chiacchierare con uomini e donne, ragazzi e anziani. Mentre il risotto diventava scotto e gli arrosti si raffreddavano, lui continuava tranquillo a sorridere e a parlare. E mi viene in mente anche la sorpresa suscitata dal cardinale che va a prendere il caffè in casa di una «signora Maria» delle case popolari durante una visita pastorale in un quartiere della periferia.
Anche per questo siamo così grati al nostro arcivescovo che «ricomincia a fare il prete». Perché in un modo così autorevole e coerente ci ha spiegato e fatto diventare concreto il capitolo fondamentale della nostra fede: la costruzione della fraternità, della comunità, della accoglienza e della solidarietà. Ci è riuscito con le parole e anche con gli interventi concreti.
Ci lascia una bella eredità.
* Cappellano carcere Beccaria
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