Le foto-estorsioni di Corona non hanno la gravità del 'pizzo'
Le foto-estorsioni perpetrate da Fabrizio Corona ai danni delle sue vittime non hanno la gravita' del 'pizzo', per questo all'imputato vanno concesse le attenuanti generiche. Lo sostengono i giudici della Quinta Sezione Penale del Tribunale di Milano nelle motivazioni alla condanna a tre anni e otto mesi di carcere inflitta a Corona il 10 dicembre scorso. I giudici spiegano che il reato di estorsione è severamente punito dal legislatore, in seguito all'inasprimento delle sanzioni concepite soprattutto per punire il pagamento del 'pizzo', fenomeno collegato alla criminalita' organizzata. "E' chiaro - argomentano i giudici - che i fatti di estorsione di cui devono rispondere Fabrizio Corona e Marco Bonato (il fotografo collaboratore di Corona condannato a due anni e quattro mesi di carcere), sebbene connotati da quella odiosita' che sembra caratteristica inalienabile di ogni estorsione, non assurgono a tale gravita', sia per il tipo di interessi che colpiscono, sia per l'entita' delle somme richieste, soprattutto se considerate in rapporto alle capacita' economiche delle vittime. Principalmente, per questo motivo, il Tribunale ritiene di concedere agli imputati le attenuanti generiche che servono, in sostanza, ad adeguare la pena alla concreta gravita' dei fatti (che non deve essere scambiata con l'interesse mediatico che hanno suscitato)". 
Per quanto riguarda il comportamento processuale mantenuto da Corona, i giudici da un lato lo stigmatizzano, da un altro lo elogiano. "Si ritiene Corona meritevole delle attenuanti per il comportamento processuale - spiegano -. Questo Tribunale, infatti, non e' chiamato a giudicare le modalita', spesso volgari, con cui l'imputato si e' espresso durante il giudizio, gli atteggiamenti esibizionistici, le intemperanze, l'uso del processo a scopi pubblicitari, ma cio' che, in senso stretto, fa parte della condotta processuale. Corona non si e' sottratto al dibattimento, ha risposto a tutte le domande rivoltegli non solo dalla difesa, ma anche dal Pm e dai giudici, fornendo si' una propria versione dei fatti, ma anche molti dettagli che sono serviti a completare ogni singola vicenda concernente le imputazioni ascrittegli, con informazioni di cui solo lui era a conoscenza e che hanno contribuito ad una conoscenza piu' approfondita dei fatti".
Non ci fu minaccia da parte di Fabrizio Corona nei confronti della Fiat sul 'caso Elkann' e, in ogni caso, l'azienda torinese sarebbe stata in grado di difendersi. E' quanto sostengono i giudici della V sezione penale del Tribunale di Milano nelle motivazioni del verdetto di condanna dell'agente fotografico. A Corona veniva contestato dal pm Frank DI Maio di aver tentato di estorcere 200mila euro alla Fiat, tramite il suo portavoce Simone Migliarino, per l'acquisto di un'intervista videoregistrata al transessuale Donato Brocco col quale Lapo trascorse nell'ottobre del 2005 la tragica notte finita in ospedale per un'overdose. "E' convinzione del Tribunale - scrivono i giudici - che non emerga dalle testimonianze e dalle dichiarazioni dell'imputato alcun elemento che deponga per una condotta estorsiva di Corona e, piu' specificatamente, per un comportamento minaccioso da parte del medesimo ai danni della dirigenza Fiat". "Ci sarebbe comunque da chiedersi - concludono i giudici - se in concreto una minaccia eventualmente proferita dall'imputato avrebbe avuto una reale efficacia intimidatoria per gli esponenti della Fiat, che hanno dimostrato di avere a disposizione mezzi sufficienti per inibire la diffusione televisiva dell'intervista e per filtrare il contenuto di quella apparsa sui giornali".



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