"Il partito ha reagito bene. Ora più spazio alle donne"
Scrivo solo ora in quanto è mia (credo buona) abitudine, in quanto dirigente di un partito, esprimere prioritariamente le mie opinioni su fatti che coinvolgono il partito nelle sedi politiche preposte ed eventualmente, solo in seconda battuta, sui media. Ritengo che questa sia una buona regola, per altro condivisa da tutte le organizzazioni, siano esse politiche, economiche, ecc. Non si è mai visto che i dirigenti d’azienda facciano fughe in avanti comunicando tramite stampa le strategie aziendali senza correre il rischio di un licenziamento in tronco.
Fatta questa premessa (non se ne dolga la testata che mi ospita) e all’indomani dell’incontro fra le segreterie regionale e provinciale, entro nel merito del dibattito sul PD per dire che questo partito ha reagito alle questioni che lo hanno investito come pochi hanno fatto fin qui. Filippo Penati, con i suoi, dolorosi anche se opportuni (ricordo che non c’è alcun rinvio a giudizio), passi indietro ha consentito al partito di avviare una discussione serena e franca al proprio interno e di aprire alla partecipazione, di iscritti e non, una riflessione sul proprio futuro, sulle regole e sugli ulteriori correttivi da apportare per rendere più trasparenti e condivise le procedure decisionali e le modalità di rapporto fra politica, istituzioni e realtà economiche e sociali. Un partito che ha già operato molte scelte innovative in questa direzione con un codice etico, uno statuto, congressi e scelta dei candidati attraverso le primarie che, di questi tempi, sono non poca cosa se ci si confronta con quanto avviene negli altri partiti a conduzione leaderistica e/o familiare dello scenario politico italiano e regionale.
Ricordo a tale proposito che ci sono inquisiti che, a differenza di Penati (sul cui operato è opportuno che giudichino i magistrati e non certo tribunali improvvisati di oscura memoria) rimangono nelle loro postazioni istituzionali ed è in questo, come nell’esempio specchiato che ci restituiscono molti amministratori ed eletti (ma si sa: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce) che ravvedo una differenza non “genetica” ma “politica” sostanziale. Per questo e per rendere più comprensibile anche all’esterno quello che vogliamo essere e ciò che abbiamo da proporre per il Paese, è necessario che si adotti un metodo improntato all’equilibrio e alla sobrietà nella comunicazione, ponendosi l’obiettivo di trasmettere contenuti che abbiano un reale valore innovativo e possibilmente ricordandosi che, a parte pochi teen-ager, tutti, ma proprio tutti, gli attuali dirigenti del PD hanno avuto un ruolo fattivo nel costruire il Pd che ora conosciamo e ogni tentativo di affrancarsi dalle proprie responsabilità contribuisce ad alimentare il vento dell’antipolitica affossando nel fango del disgusto anche la speranza di costruire una nuova classe politica.
Quanto poi al silenzio delle donne, credo che le donne non siano mai state più agguerrite di come non lo siano ora. Siamo state (tutte, democratiche e non, ognuna nel suo ruolo) protagoniste indiscusse del risveglio democratico del Paese e della vittoria di sindaci come Pisapia e altri. Peccherei di ingenuità se pensassi che le donne siano scevre da comportamenti eticamente condannabili (e ci sono esempi emblematici) tuttavia sono convinta che il contributo delle donne in questa discussione possa aggiungere punti di vista e sensibilità importanti che ad oggi restano un po’ troppo sullo sfondo e questo non aiuta la comprensione di un fenomeno che, ad oggi investe (per ovvie ragioni) per lo più la politica maschile. Anche per questo mi permetto di affermare con convinzione che varrebbe la pena di innovare la politica affidando maggiori responsabilità istituzionali e politiche (terreno sul quale Milano si è già avviata) alle tante teste pensanti femminili di cui è ricca questa città.



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