Laforgia/ Lorenzo Zacchetti: facciamo un partito arancione della sinistra
IL DOCUMENTO/ Laforgia: dobbiamo cambiare il Pd. Penati? Sgomento, serve trasparenza
Di Lorenzo Zacchetti, Consigliere Zona 7

Francesco Laforgia
Ringrazio Affaritaliani.it e Francesco Laforgia per aver aperto il dibattito sul cambiamento del PD, esigenza che consideravo prioritaria addirittura prima di candidarmi in Zona 7 nella sua lista. “Rifare” un partito che ha appena stravinto le elezioni, toccando contro ogni previsione la soglia del 28,6%, potrà apparire un paradosso, ma non lo è. A mio avviso (e in questo parzialmente dissento da Francesco) lo straordinario successo del PD alle amministrative milanesi dipende direttamente dall’aver sostenuto un candidato di elevatissimo profilo come Giuliano Pisapia e dall’aver svolto un ruolo di coordinamento di una coalizione finalmente unita come lungamente richiesto dai nostri elettori.
In questa alleanza, migliaia di cittadini hanno visto l’incarnazione delle istanze che in altri paesi europei si sono trasformate in dure proteste di strada e a noi spetta il compito di non deluderli. Il trionfo elettorale non può comunque nascondere il dato politico emerso con forza dalle primarie, dove anche un candidato di indiscusso valore come Stefano Boeri ha dovuto pagare dazio al messaggio che i cittadini hanno voluto dare ai vertici del PD: svoltate a sinistra, basta con l'appiattimento verso il centro e smettetela di frammentarvi inutilmente al vostro interno.
Va dato atto ai suddetti vertici di aver immediatamente colto il feedback dell’elettorato e di aver rimesso a disposizione il mandato, salvo poi impegnarsi fattivamente e lealmente nel supporto alla campagna di Giuliano. E’ proprio grazie a questa unità di intenti e di linguaggi che abbiamo messo fine ad un triste periodo storico, riconquistando il Governo di Milano e preparandoci con autorevolezza alla sfida nazionale. Onestamente, però, abbiamo ancora tanta strada da fare ed è per questo che, almeno per il momento, non ho voluto prendere la tessera del PD e nemmeno quella di SEL o di Rifondazione, partiti ai quali sono più vicino sul piano culturale.
Credo che tutte queste divisioni interne alle forze progressiste abbiano stancato i cittadini e ritengo determinante avviare subito il processo fondativo di una nuova sinistra unita (mi piace chiamarla “il partito arancione”) della quale il PD dovrà essere la spina dorsale. Ho scelto di candidarmi nel PD proprio perché ho scommesso sulla sua responsabilità storica di portare a compimento il processo evolutivo che ci ha portati ad essere maggioranza a Palazzo Marino e in tutti i Consigli di Zona, per poi esserlo domani anche nel Paese. Il salto di qualità che ci viene richiesto è il superamento delle logiche stantie per le quali “politica” si traduce in “compromesso”, se non in “rappresentatività”, termini che troppo spesso fanno rima con “spartizione”.
Questo modo di governare non ci porterà lontano, perché è sempre più urgente tenere fede a ciò che abbiamo promesso in campagna elettorale: compiere delle scelte responsabili, valutando le persone per le loro competenze specifiche, per la loro idoneità a ricoprire ruoli amministrativi e non per il colore della casacca che indossano. Tramite i Comitati x Milano, si stanno selezionando cittadini di alto livello professionale per candidarli alle società partecipate: è un segnale di netta discontinuità rispetto al passato e che deve rieccheggiare nel nostro agire quotidiano, a qualunque livello. E’ uno degli esempi virtuosi di come il muro tra politica e società civile possa essere immediatamente abbattuto.
Con l'assemblea fondativa dei Comitati che si svolgerà martedì sera all'Arci Bellezza possiamo e dobbiamo fare un altro importante passo in avanti. Il PD che io immagino è un partito aperto ai Comitati ed ai singoli cittadini e soprattutto un partito nel quale si possano riconoscere anche persone come Vendola e De Magistris, ma non solo per una mera alleanza elettorale, bensì per un comune progetto di Governo. Pertanto credo che il ragionamento debba ruotare intorno al “collante” di questo nuovo soggetto politico, che non può essere più solo l’avversità alla destra, ma un programma che ci consenta di configurare la sinistra del presente e del futuro, quella che prende atto dei disastri compiuti dagli eccessi del liberismo e dell’economia speculativa in ogni angolo del mondo e che propone nuove soluzioni di coesione sociale. E’ su questo tema che, nel laboratorio di Milano, il “patto tra gli innovatori” invocato da Laforgia può produrre lo scatto decisivo, la differenza tra il passato ed il futuro che sta già bussando alle nostre porte. Al contrario, non credo che sia la questione morale a dover occupare il centro della nostra riflessione. Un partito come il nostro deve darsi una regola condivisa (possibilmente anche con la coalizione) ed applicarla senza esitazioni in ogni caso. La distinzione tra le singole posizioni individuali la lasciamo tutta alla magistratura, con il doveroso rispetto, mentre a noi spetta la responsabilità politica. Ho letto che Rosy Bindi teme di vedere il PD sparire "come la DC". Io temo invece che sparisca come il PCI, non per i peccati dei suoi esponenti, bensì per l’aggravarsi della sua crisi di identità. Ritroviamola subito, con il rispetto dovuto alla nostra storia.



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