La telenovela del verde

Giovedì, 26 novembre 2009 - 13:53:00


Il verde a Milano è ormai una sorta di telenovela. Da quando il maestro Abbado ha lanciato il suo grido di guerra –  "Vengo a dirigere a Milano solo se piantate 90.000 alberi" – ne abbiamo viste di tutti i colori: dai vasi di Montenapoleone a quelli di Fabio Filzi, alle proposte di piantumare Piazza del Duomo piuttosto che il Cordusio. Niente di serio ma soprattutto niente di realmente praticabile a meno di considerare verde un allestimento fatto di orrendi vasi con piante sofferenti come quelli posti a delimitare i dehors di bar e tavole calde o ancor peggio come inibitori di sosta qua e là per la città – e non si capisce con quale criterio – dalle fogge più varie e scoordinate. Le vere notizie sul verde sono altre. Da un lato l’estromissione di Italia Nostra dalla gestione del Parco delle cave, dall’altra l’annuncio della nuova strategia di aumento delle aree a verde contenuta nel PGT, il cosiddetto Piano di Governo del Territorio del quale finalmente conosciamo la versione definitiva, quella che andrà in Consiglio Comunale. L’efficacia del Piano di Governo del territorio è totalmente affidata a un meccanismo di risorse interne e in particolare al meccanismo della perequazione e della compravendita di diritti edificatori. In breve, si tratta di assegnare al territorio comunale un indice di edificabilità minimo di 0,2 mq di edificato ogni mq di suolo, elevato in alcune parti della città a 0.5 mq. Chi dunque si trova nella condizione di possedere aree che il Comune intende destinare a verde non è penalizzato perché può vendere i diritti edificatori ad altri che li utilizzano su aree edificabili di loro proprietà che ammettano una cubatura superiore o per aumentare, ove consentito, le cubature di edifici esistenti.

Non si tratta di una novità: è uno strumento il cui utilizzo fu ventilato almeno una quarantina di anni orsono ma sempre osteggiato sia dalla classe politica di governo che dai proprietari di grandi aree che preferivano il vecchio sistema dell’urbanistica contrattata. La differenza sostanziale è che oggi, vista la penuria di risorse pubbliche, si pensa che i proprietari di aree destinate a verde troveranno con rapidità e facilità clienti per le loro cubature e dunque le loro aree passeranno in capo al demanio comunale che le utilizzerà per parchi e giardini. Oggi questa domanda è inesistente perché legata a un’ipotesi di crescita della popolazione urbana di almeno 180.000 abitanti (ipotesi minima prevista dal documento di piano) a una massima di poco più di 300.000, in un caso e nell’altro totalmente illusoria perché affidata essenzialmente al ritorno a Milano di migliaia di residenti che, per varie ragioni, hanno lasciato la città trasferendosi nell’hinterland. Non dobbiamo dimenticare il problema dei tempi di realizzazione: ben che vada il nuovo strumento urbanistico entrerà in vigore a metà del 2011. I primi progetti che genereranno il trasferimento dei diritti edificatori saranno approvati al più presto nel 2012 e la borsa dei diritti prima di entrare a regime ed essere dotata di tutti gli strumenti tecnico giuridici necessari al suo funzionamento – saranno una sorta di titolo mobiliare, con quale regime giuridico e fiscale? – vedrà versare fiumi d’inchiostro e scendere in campo i più sottili giuristi di questo paese di azzeccagarbugli.

Dunque prima di vedere qualcuno che metta mano alla vanga e al rastrello su queste aree passeranno almeno quattro anni e saremo solo a metà del guado. Allora vorremmo che madame Moratti prima di parlare di verde e recitare le lezioncine da prima della classe, lezioncine diligentemente mandate a memoria prima di presentarsi al pubblico, cominci a riflettere con la sua testa guardandosi attorno e soprattutto guardando alla sua Giunta e al livello di competenza dei personaggi che la compongono. Prometta meno e ragioni di più.

Da arcipelagomilano.org

 

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