Milano/ Boselli: "Ha ragione la Moratti, i grandi nomi della moda non fanno niente per aiutare i giovani stilisti"
di Enrica Governi 
Mario Boselli
“Fa bene la Moratti a lamentarsi della scarsa attenzione degli stilisti di fama verso i giovani”, afferma attaccando il Cavaliere Mario Boselli , Presidente della Camera Nazionale della Moda italiana, alla conferenza stampa della “fashion-week” milanese. Quindi, questa è la conferma che i grandi stilisti temono il ricambio generazionale. La kermesse della moda è ai blocchi di partenza. Un “parterre” d’eccezione, 231 collezioni protagoniste, tra cui 92 sfilate e 172 presentazioni, che illustreranno a stampa e buyer le tendenze dell’autunno/inverno 2009/10.
Boselli aggiunge: “Quando gli amministratori pubblici fanno qualcosa verso i giovani ci leviamo tanto di cappello, abbiamo gratitudine per loro, soprattutto in un momento di forte crisi economica del tessile in cui il governo, invece, non fa niente”. Ed è appunto la Camera di Commercio di Milano che tende la mano alla CNMI con“Next generation”, concorso finalizzato alla ricerca di nuovi “trend setter” del Made in Italy, che regala la possibilità ai giovani vincitori di presentare le proprie collezioni il prossimo 25 febbraio, in passerella, al debutto della seguitissima settimana del prèt- a- porter milanese.
Il Presidente della CNMI incalza: “la moda ha bisogno di forma oltre che di sostanza, noi lottiamo a volte con dei giganti, dobbiamo assolutamente fare delle cose grandi, essere sempre al top, se non altro per colmare il gap che Parigi ha in più nei nostri confronti”. E aggiunge, ” nonostante ciò, per fortuna l’atmosfera di terrore che regnava a Gennaio, durante la moda uomo, adesso è sparita, e cominciamo ad avere dei segnali positivi”. Quali? “10 collezioni in più che sfilano, e quindi un piccolo dato che qualcosa sta cambiando” conclude. L’abbiamo intervistato per Affaritaliani.it.
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Previsioni del settore moda nel 2009 con crisi economica mondiale in corso?
L’incertezza regna sovrana, ma nonostante ciò dobbiamo cogliere un piccolo segnale positivo. Milano Moda donna appare meglio rispetto alla scorsa settimana della moda uomo. Abbiamo circa 10 collezioni in più rispetto alle scorse edizioni, mentre l’uomo, un mese fa, aveva circa il 20% di collezioni in meno. Una chiave di lettura è che siamo in una situazione di piccolo miglioramento. Si è parlato tanto di una crisi a “L”, quindi discesa rapida e poi piattume, che avrebbe causato il disastro e da cui sembrava non si potesse uscire tanto facilmente, poi a “V”, quindi con rapida ripresa, constatiamo invece che non è né l’una né l’altra, ma è la conferma che può esistere una crisi ad U, quindi, mi pare di cogliere qualche segno che avvalla quest’ultima ipotesi.
Che chiave di lettura ha sul fatto, per esempio, che Blumarine abbia aperto un mega show room in via Manzoni e che invece It Holding viva una situazione delicata?
La storia è fatta di casi aziendali molto articolati, ed è per questo, io sostengo, che la situazione è un po’ a macchia di leopardo, e testimonia la non omogeneità del fenomeno, sono i casi della vita. Dietro ad ogni storia ci sono molte ragioni, anche se credo che ci sia alla base, sempre e comunque un’onestà imprenditoriale da parte di tutti, dopo di che, anche la fortuna si sa, gioca la sua parte.
Qualche dato economico?
Ci riferiamo ai dati del “fashion economic trend” della Camera della moda. Il 2008, come preconsuntivo, chiude con un saldo attivo della bilancia commerciale con circa 17 miliardi di euro, con un fatturato in calo di circa il 5%. Il 2009 è certamente dubbio, potrebbe esserci un ulteriore calo dei fatturati di circa il 5% e un saldo attivo della bilancia commerciale che potrebbe ridursi da 17 a 16 miliardi. Comunque, vista l’incertezza, sarà bene rivedere i risultati tra 6 mesi circa.
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Le risulta che, per quanto riguarda L’Italia, molte aziende rifavoriscano la produzione sul nostro territorio, e quindi il “Made in Italy”, invece di delocalizzare?
E’ un fenomeno internazionalmente presente, un po’ in controtendenza, che non risparmia nemmeno l’Italia. Per quanto riguarda le nostre imprese, è vero che preferiscono non più delocalizzare, come molti hanno scelto di fare tempo fa, ma al contrario di restare in patria, e questo è positivo.



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