L'intervista/ "Farò ricorso e vincerò il processo"
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"Chiederò di vedere il mio fascicolo. Poi farò ricorso per la riapertura dei termini dimostrando che non ho ricevuto la notifica del decreto penale. Se il ricorso verrà accolto, potrò impugnare il decreto e andare a processo. Confido nel buon senso".
Al processo non è detto che vincerà.
"Al contrario: ho già vinto due processi in cui ero accusato di riunione non autorizzata. Lo scorso aprile il Tribunale di Milano mi ha assolto con una sentenza destinata a far giurisprudenza, in cui si afferma che non può essere punito chi, pur manifestando senza autorizzazione, non mette a rischio la sicurezza pubblica".
Insomma, critica la condanna nel merito, oltre che nel metodo.
"La legge che avrei violato è l'articolo 18 del Testo Unico sulla Pubblica Sicurezza. Sa di che anno è quella legge?"
Veramente no.
"Glielo dico io, risale al 1931, anno in cui era in vigore la dittatura fascista e la comunicazione politica, oltre che la tolleranza verso il dissenso, era piuttosto diversa da quella di oggi. E' una legge antiquata che andrebbe, se non cancellata, quantomeno rivista. In questi ultimi decenni i politici hanno depenalizzato tantissimi reati che servivano alla casta, perché non eliminarne qualcuno che serve alla democrazia? La legge definisce in maniera nebulosa la fattispecie di reato, lasciando potere discrezionale molto forte all'autorità di polizia, che così può tenere sotto scacco i potenziali dissidenti. Aiutata, c'è da dirlo, anche da procedure come il decreto penale".
E' una misura prevista per sveltire i processi e alleggerire la giustizia...
"Certo, ma presenta alcuni aspetti controversi. Un magistrato si chiude in una stanza, legge la denuncia e, senza approfondire alcunché, senza sentire le parti interessate, su richiesta del pm di turno, firma una condanna a carico di un cittadino che non ha possibilità di difendersi. Ho appena ricevuto una mail da un ragazzo di Trieste incappato in un incidente analogo al mio, che ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, contro l'istituto del decreto penale, una procedura che ritiene contraria ai principi giuridici del giusto processo, e mi ha chiesto di unirmi alla sua causa. Ci sto pendando".
Un decreto che non le è stato notificato. Com'è stato possibile?
"Il meccanismo delle notifiche è talmente farraginoso che nel tempo è diventato lo strumento usato dai delinquenti per dilatare i processi e farla franca. A me è servito a essere condannato senza saperlo. Un decreto di condanna, quando è possibile, dovrebbe essere consegnato a mani all'interessato o a un suo familiare. Nemmeno un avviso in raccomandata con ricevuta di ritorno mi è arrivato".
Lei, signor Ricca, crede nella buona fede dei protagonisti di questa vicenda, vero?
"Per quanto riguarda la mancata notifica, non penso che qualcuno abbia cercato di farmela pagare ma che ci sia stato veramente un errore. Sono convinto, altresì, che ci sia un'ingiustizia insita nella burocrazia, nella mentalità e nelle procedure del sistema giudiziario italiano, un sistema costruito in modo da perseguire i soggetti deboli e garantire l'impunita ai soggetti forti. Bastava un minimo di indagine da parte del magistrato per capire che si trattava di un episodio da niente. Le denunce poi non sono atti dovuti, qualcuno le fa partire, e in questura non devo essere molto amato malgrado non abbia mai commesso reati. Che temano il rimprovero di qualche personaggio che andiamo a interpellare? Una volta mi hanno perfino sequestrato per impedirmi di partecipare a un convegno. Ho fatto denuncia: insabbiata".



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