Il commento di Affaritaliani.it: la Mediateca il simbolo di una piccola città di provincia
Di Fabio Massa
Lo scrittore viveur Gian Carlo Fusco, che di cultura se ne intendeva come si intendeva di grappa (tanto da berne una cinquantina al giorno) di Milano diede una definizione tranchant: "Una grande città. O, quantomeno, grossa". Oggi possiamo dire che aveva ragione sul "grossa". Meno sul "grande".
Gli atti amministrativi stanno là a dimostrarlo: quando si tratta di aumentare volumi e aree edificabili, la velocità è un pregio sempre riscontrato. Più abitanti, più tasse, più poteri forti soddisfatti, più forza alle lobby. Più atomi impazziti in una città già sovraffollata, inquinata, disperata, dispersa, immersa nelle proprie tristezze. Una grossa città, adagiata su se stessa, con la pancia maleodorante a coprire e distruggere parchi e creatività, a uccidere guizzi di cultura nel deserto dei Tartari.
E allora, costruiamo un nuovo grattacielo e pussa via Archivi del Novecento. E allora, apriamo tanti nuovi loft che sono molto left (di sinistra) e molto chic, e pussa via Orchestra Verdi, colpevole di essere parvenu in una città che è Scala-centrica. E allora, inscatoliamo in Torri Bianche amiantifere qualche centinaio di nuovi disgraziati e pussa via Teatro Ciak e Teatro Lirico, disillusioni di una proposta culturale. E allora, ultima tragedia di questa grossa grossa città, diciamo addio alla Mediateca, occasione perduta di confronto con la modernità, di recupero del frammento audiovisivo nella marmellata (che diviene giorno dopo giorno melma) informativa e cognitiva, di valorizzazione della decostruzione e del dialogo. La politica? Non pervenuta in questa triste storia di una città che l'Expo vorrebbe rendere grande e che invece, irrimediabilmente, sarà solo grossa. E anche molto triste.



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