Delitto di Garlasco, Alberto Stasi ancora assolto
Lacrime, sorrisi, abbracci. E' felicita' quella di Alberto Stasi quando i giudici, dopo 5 ore di camera di consiglio, lo assolvono per la seconda volta dall'accusa di avere ucciso la fidanzata Chiara Poggi il 13 agosto 2007 a Garlasco. Uno per uno stringe i suoi avvocati, a cominciare da Angelo Giarda, legale che ha visto tutto in decenni di carriera e oggi piange come un bambino. "E' giusto cosi'", dice soltanto l'ex bocconiano, oggi tirocinante commercialista.
Dunque, 4 anni dopo non c'e' nessun colpevole per l'omicidio di una ragazza di 26 anni dalla vita apparentemente limpida, colpita a piu' riprese da un assassino senza volto. Fino all'ultimo momento dell'appello, durato 5 udienze, il sostituto pg Laura Barbaini ha provato a ribaltare il verdetto di primo grado pronunciato dal gup di Vigevano Stefano Vitelli il 17 dicembre 2009. Ha indicato l'arma del delitto, un martello mai ritrovato; ha spiegato come un errore nella memoria delle macchine fotografiche dei carabinieri, che il 13 agosto erano ancora tarate sull'ora solare, avesse creato confusione nelle indagini; ha individuato il movente del crimine nella sua passione per la pornografia e nella "patologica criticita' dei rapporti intimi tra i due ragazzi"; ha intravisto in un sms spedito a un amico e cancellato poche ore prima del crimine il segnale che era successo qualcosa di grave.
Ma non e' riuscita a convincere la giuria, formata da due 'togati' (presidente Anna Conforti,a latere Franco Tucci) e sei giudici popolari, che hanno respinto entrambe le richieste dell'accusa, la condanna a 30 anni oppure la riapertura del dibattimento, anche attraverso nuovi accertamenti sui due gradini sui quali era riverso il cadavere. Gradini che, nella prospettiva del pg, Stasi non avrebbe potuto calpestare senza sporcarsi del sangue della vittima, come invece avvenne. Alla giuria sono bastate le perizie disposte in primo grado, a cominciare da quella informatica, decisiva per confermare l'alibi di Alberto: aver lavorato alla tesi di laurea a casa sua nell'orario piu' probabile della morte di Chiara. Secondo Giarda, tutto quello che si doveva sapere su questa indagine era gia' scritto nel provvedimento col quale il 28 settembre 2007 il giudice Giulia Pravon scarcero' Stasi, bollando come suggestioni accusatorie le presunte prove a suo carico. Per il legale l'accusa, sia di primo che di secondo grado, ha poi ripetuto l'errore di inseguire la colpevolezza di Alberto partendo dalla premessa "Se non lui, chi?". "Non tocca a noi dire chi ha ucciso Chiara - ha spiegato con tono seccato - le indagini sono compito della Procura", e ha chiarito: "Queste non sono assoluzioni per insufficienza, ma per mancanze di prove".
Tra 90 giorni si conosceranno le motivazioni del verdetto e i legali della famiglia Poggi, che hanno sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto, decideranno se tentare l'ultima carta della Cassazione. Per ora resta l'amarezza profonda di papa' Giuseppe e mamma Rita, sempre presenti alle udienze, cortesi con chiunque, 'gelidi' solo con quel ragazzo che amavano. "Non mi arrendo, ho ancora fiducia nella gisutizia", ha detto la signora Rita Preda, molto scossa, stretta dal marito in un abbraccio di dolore che stride ancor piu' pensando a quello gioioso 'regalato' da Alberto ai suoi legali.
LA SCHEDA/ La sentenza d'appello nei confronti di Stasi chiude, a meno di ulteriori ricorsi, una vicenda iniziata oltre 4 anni fa.
13 agosto 2007: "Ho trovato una persona uccisa in via Pascoli, venite". Garlasco, tranquillo paese a pochi chilometri da Pavia. Alberto Stasi, 24enne studente bocconiano, chiama il 118 per chiedere i soccorsi. La sua fidanzata, Chiara Poggi, e' stata uccisa nella casa dove abita coi genitori e il fratello, che in quel momento sono in vacanza. Per tutta la notte il ragazzo viene interrogato nella locale caserma dei carabinieri. 20 agosto 2007: la Procura di Vigevano indaga Stasi con l'accusa di omicidio volontario. I carabinieri sequestrano la sua bicicletta bordeaux e il suo computer, frugano in ogni angolo della casa. Da questo momento sara' l'unico sospettato per il delitto.
24 settembre 2007: il pm Rosa Muscio ordina il fermo di Stasi. La prova 'regina' consiste, spiegano gli investigatori, nella presenza del dna della vittima sui pedali della bicicletta in sella alla quale Alberto sarebbe fuggito.
28 settembre 2007: il gip Giulia Pravon dispone la scarcerazione di Alberto: non ci sono prove, solo suggestioni accusatorie. "Fine di un incubo", commenta lui.
3 novembre 2008: la Procura chiede il rinvio a giudizio di Stasi. Alla fine di dicembre, Alberto viene indagato per una nuova ipotesi di reato: detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Nel suo pc ci sarebbero decine di file a sfondo sessuale che coinvolgono minorenni.
23 febbraio 2009: comincia l'udienza preliminare davanti al giovane gup Stefano Vitelli. I legali di Stasi scelgono il rito abbreviato. 9 aprile 2009:i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci chiedono la condanna a 30 anni di carcere. "Colpevole al di la' di ogni ragionevole dubbio - dicono - ha ucciso per una lite avvenuta la sera precedente. "Non ci sono arma, movente. solo indizi discordanti, ho paura di una giustizia penale che costruisce prima i colpevoli e poi le prove", ribatte il professor Angela Giarda, che guida il pool di difensori. 30 aprile 2009: il gup si ritira in camera di consiglio e ne esce con una decisione a sorpresa, disponendo 4 nuove perizie sui punti oscuri dell'inchiesta, partendo dal presupposto che le indagini sono satte "lacunose".
17 dicembre 2009: Alberto Stasi viene assolto. Decisiva la perizia informatica che dimostra come Stasi stesse lavorando a casa sua alla tesi di laurea durante il probabile orario del crimine, tra le 9 e 12, quando viene disattivato l'allarme di casa Poggi, e le 9 e 35. Tutti gli altri indizi vengono valutati dal gup come "contarddittori o insufficienti".
8 novembre 2011: comincia il processo d'appello davanti ai giudici milanesi. Il pg Laura Barbaini chiede 30 anni di carcere o, in subordine, la rinnovazione del dibattimento. La difesa invoca la conferma della sentenza di primo grado


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