Chi ha paura dell’EXPO?

Lunedì, 16 febbraio 2009 - 09:01:00

L'INIZIATIVA
E Majorino vinse in trasferta l'Expo senza Letizia

di Maurizio De Caro, architetto

Bisogna dare il merito a Pier Francesco Majorino di aver tentato, con successo, di aprire una breccia nel dibattito a sinistra sul significato e su una certa idea di EXPO.

Sabato nella “casa dei milanesi”in Piazza Scala alla presenza di una distratta e annoiata padrona di casa, il PD ha chiamato a raccolta pezzi, frammenti e visioni della sua storia e della sua cronaca per affrontare il campionato a due che ci porterà al 2015 all’evento trionfale della tecnica.

 



Majorino ha la volontà,che condivido, di spostare il ragionamento politico sul piano poetico e letterario e anche quando entra nel merito, quando tira fendenti all’algida Donna Letizia, esprime grazia, eleganza, anche con l’ingenuità infantile che è peculiarità di tutti gli scrittori. Lo stesso stupore che colpisce l’ottimo Antonio Scurati quando racconta e si racconta, di “città proiettili” e rovesciamento di luoghi dal privato al pubblico e dei salotti “ma dove sono, chi li ha visti”.

Mi piace questo capogruppo che coniuga le più retrive esperienze residuali dell’archeo- picci con le istanze innovatrici che ancora non riescono a trovare spazio nel nuovo soggetto/oggetto politico.

E’ una giornata bellissima a Milano, e nella sala firmata Alessi, greve e densa di decorazioni “pompier”, le voci si inseguono, si stagliano in una sequenza di dati, di mancanze, di avremmo dovuto, di rinate coscienze bucoliche (non si è mai sentito parlare tanto di cascine,come in questa occasione).

Ricerche demoscopiche ci dicono che EXPO è un evento discontinuo, percepito dalla popolazione autoctona probabilmente, come nel 1906. Trionfo della tecnica e non solo, positivismo (in tutte le accezioni etimologiche), speranza, destino che si compie, il sol dell’avvenir diventa l’attesa dell’alba, l’ alba di una nuova civiltà, multimediale, multietnica e multiculturale (altro punto sottolineato dai neo-candidati alla prestigiosissima poltrona di MFF, il trio-triennale ). Come si diceva un tempo, ci sono tutti.

RUMORS

Castelli commissario all'Expo? Perché no? L'ipotesi, per adesso un rumors che rimbalza da redazione a redazione, da giornale a giornale, non pare essere affatto campato per aria. Tanto che molti, nei palazzi romani, la danno come la naturale prosecuzione di un iter (doloroso e accidentato) iniziato ormai da un anno. L'ipotesi di Castelli commissario avrebbe tre punti di forza e un punto di debolezza. Il primo punto di forza è che il sottosegretario sta già lavorando su Expo da tempo, e quindi conosce il dossier (o quello che ne rimarrà dopo l'inevitabile riduzione). Il secondo punto di forza riguarda un piano squisitamente politico: la Lega Nord avrà così un posto al sole della Madonnina che non ha mai nascosto di pretendere. Il terzo punto di forza riguarda Forza Italia: fare di Castelli il commissario sarebbe l'ultimo atto di sottomissione di donna Letizia, l'unica ribelle. Il punto di debolezza? E' proprio l'ultimo punto di forza: Letizia Moratti potrebbe non piegarsi, e si aprirebbe così un conflitto sull'asse Milano-Roma decisamente senza precedenti.

I politici professionisti, chiosano, fremono, per una ribalta che per adesso consente loro di attaccare inadempienze, fratture e cesure interne, lotte fratricide, bande che si contrappongono nel pericolosissimo territorio della Società di Gestione. Poi Boeri, figlio, testimonial univoco di maggioranza e opposizione, immaginifico autore di piani di recupero di cascine e grattacieli bio-degradabili, capace comunque di sintetizzare le nostre ansie di progettisti nella grande ricerca di istanze innovatrici del progetto. L’Assessore febbricitante in versione futurista, sfida la platea avversa,invocando a gran voce amicizie trasversali, auspicando il superamento della pianificazione ideologicaaaaa! e conclude con lo splendido lapsus che auspica la realizzazione del progetto delle “Cascine di Stefano”: il più importante coltivatore indiretto della Lombardia.

Dalle 9 alle 18, la Sala di Palazzo Marino, fagocita le potenzialità le speranze e i destini della gauche milanese, con qualche mugugno e con totale assenza percepita di barricaderismo rivoluzionario, nonostante lo spirito delle cinque giornate sia stato evocato. Dunque tra Majorino e Draghi, in otto ore hanno parlato e detto tutto e molto ma, da tecnico vorrei poter dire quello che non è stato detto, ciò che è stato palesemente taciuto. Molti degli spettatori e dei mini-relatori (quattro-cinque minuti cadauno) esprimono chiaramente un disagio teorico, estetico e culturale per un modello di sviluppo che nell’Expo troverà terreno fertile.

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