Classe ghetto a Milano, il ministro Gelmini: è un caso politico

Lunedì, 12 settembre 2011 - 11:47:00

genitori scuola via Paravia
I genitori degli alunni della
scuola di via Paravia

La polemica sulla vicenda della scuola di via Paravia a Milano e' una di quelle "inutili che accompagnano sempre l'avvio dell'anno scolastico", anche perche' le scelte fatte dal ministero seguono la via "dell'integrazione e non certo della discriminazione". Ospite di 'Mattino Cinque' nel primo giorno di scuola, il ministro dell'Istruzione, Universita' e Ricerca Mariastella Gelmini torna sulla polemica delle cosiddette 'classi-ghetto', innescato dal caso della scuola elementare del quartiere di San Siro.

"Quello della classe della scuola milanese e' un caso tutto politico - ha sottolineato Gelmini - la scuola italiana spende svariati milioni di euro per garantire l'integrazione, e credo che uno dei fiori all'occhiello del nostro sistema d'istruzione sia proprio l'attenzione che diamo a una vera integrazione attraverso i corsi d'italiano, l'applicazione delle migliori pratica e una formazione ad hoc per i docenti".

Pero', insiste il ministro, "coloro che non parlano d'integrazione ma la praticano e che vivono situazioni concrete, da tempo sostengono che classi nelle quali ci siano solo o quasi studenti immigrati non realizzano le condizioni migliori per l'integrazione". E cita quello della classe di via Paravia, "dove su 18 studenti 16 erano immigrati e solo due italiani". La scuola, spiega Gelmini, "e' costituita da due plessi: in uno c'era la classe che aveva questa condizione, nell'altro, a distanza di un chilometro e mezzo, un'altra che non raggiungeva nemmeno il tetto del 30 per cento di studenti immigrati". Allora, conclude il ministro, "si e' fatta una cosa di buon senso: si sono redistribuiti gli studenti non discriminando nessuno e garantendo a tutti gli alunni la possibilita' di frequentare la scuola primaria". In realta', insiste Gelmini, "il tetto del 30 per cento serve per fare vera integrazione e non avere classi-ghetto, che non aiutano ne' gli studenti italiani ne' gli immigrati.

I GENITORI DELLA SCUOLA DI VIA PARAVIA NON SI ARRENDONO

 I genitori della scuola di Via Paravia non si arrendono. Hanno organizzato un presidio davanti all'istituto, a cui hanno partecipato circa 40 persone per chiedere all'Ufficio scolastico provinciale di revocare la soppressione della prima classe elementare. “Se la causa è lo sforamento del tetto del 30% di stranieri, allora dovrebbero chiudere altre 40 scuole a Milano -ammonisce Diana De Marchi, consigliera provinciale del Pd-. Il punto è che vogliono fare morire il quartiere”.
 
Era presente anche l'avv. Alberto Guariso che sta curando la causa per discriminazione voluta dai genitori contro il ministro Maria Stella Gelmini e l'ufficio scolastico regionale (vedi lanci del 2 settembre 2011, ndr). C'erano anche i rappresentanti del Consiglio di zona 7 (il vice-presidente Ivano Grioni e il capogruppo Pd Enea Coscielli) e zona 6 (Elena Ruginenti); l'associazione “Tutti mondi”, che offre un servizio di doposcuola a due passi dalla scuola e che segue molti alunni di via Paravia, e il maestro di matematica Orazio Cilenti. “Sono un precario e insegno qui da sei anni -dichiara Orazio-. L'integrazione fra gli studenti è sempre stata esemplare. Hanno chiuso perfino il consultorio pediatrico: un brutto segnale che annuncia la fine del quartiere popolare”. Altri servizi hanno avuto lo stesso destino: l'ufficio postale e una sezione del nido, infatti, non esistono più. La  scuola di via Paravia sorge all'interno di un quadrilatero di case popolari abitate soprattutto da famiglie immigrate. Poi, basta fare il giro dell'isolato, per trovarsi di fronte alle villette di residenti facoltosi.
 
La consigliera Diana De Marchi smentisce quanto sostenuto nei giorni scorsi da Giuseppe Petralia, direttore dell'Ufficio scolastico provinciale: “Non è vero che nella scuola di via Monte Baldo è stata creata una classe apposita per accogliere i 17 alunni di via Paravia. Nel primo istituto, che fa parte del plesso Lombardo Radice, sono state fatte due classi perché gli iscritti erano già 29, a cui sono stati aggiunti soltanto 2 bambini del secondo istituto”.

"MIO FIGLIO COSTRETTO A RIMANERE IN MAROCCO"

Uno è rimasto in Marocco, l'altro da oggi siede tra i banchi della scuola egiziana.  È questo uno degli effetti della soppressione della prima classe dell'istituto di via Paravia, voluta  dall'Ufficio scolastico provinciale e dal ministro dell'Istrizione Gelmini. “Mio figlio di sei anni frequenterà le elementari in Marocco. Ho cinque figli, non sarei riuscita ad accompagnarli tutti in scuole diverse”, dice Hanan Saghro, vedova da sei anni di un uomo italiano. Il bambino avrebbe potuto studiare nella stessa scuola della sorella di otto anni, che ha iniziato da qualche ora la quarta elementare di via Paravia. Non è andata così. E Hanan, sola a tirare avanti la famiglia, è stata costretta a lasciarlo nel Paese di origine affidandolo a parenti. Un'altra famiglia, invece, ha optato per la scuola privata egiziana, che sorge dietro quella italiana di via Paravia. 

In attesa dell'udienza fissata per il 14 settembre al Tribunale di Milano, che decreterà la chiusura o meno dell'istituto, gli altri 15 bambini che avrebbero dovuto inaugurare il primo anno di scuola in via Paravia oggi si sono seduti sui banchi di altri istituti della zona: via Carlo Dolci, via Don Gnocchi; via Monte Baldo, via Forze Armate.
Alza il tiro Domenico Morfino, l'esponente del Consiglio di circolo:  “Se il Tribunale ci darà ragione, i bambini ritorneranno sui banchi di questa scuola”. Per dire che il riscatto non può non passare dai diretti interessati.

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