Cinema Mexico: "Il Comune ci dia più visibilità"
di Lorenzo Lamperti
![]() L'interno del cinema Mexico |
Ottobre 1981. Al cinema Mexico, via Savona, c'è la prima del Rocky Horror Picture Show, proiezione del film di Jim Sharman accompagnato da uno spettacolo interattivo che fa ballare e cantare gli spettatori in sala. Il cinema Mexico cerca di farsi spazio tra i tanti schermi presenti in città. Trent'anni dopo è rimasto praticamente l'ultimo monosala di Milano, continua a mandare in scena il Rocky Horror ed è uno degli ultimi baluardi della cultura cinematografica indipendente. Un'occasione per parlare con Antonio Sancassani, il 69enne proprietario della sala, e fare il punto sullo stato di salute del cinema milanese: "Continuiamo a perdere pezzi e non è per niente bello", dice il gestore del Mexico ad Affaritaliani.it. Un occhio alla nuova giunta: "E' ancora presto per giudicare l'operato degli uomini di Pisapia. E Boeri non l'ho ancora incontrato. Al Comune non ho mai chiesto soldi né lo farò, però vorrei avere più visibilità. Certo, se poi ci togliessero qualche tassa mica mi dispiacerebbe".
Come è cominciata l'avventura del cinema Mexico?
"Alla fine degli anni '70 sono arrivate le tv libere e molti cinema, soprattutto quelli di periferia, stavano chiudendo. Io dirigevo alcune sale della ditta del Teatro Nazionale, ma avevo sempre voluto avere uno schermo tutto mio. Sapevo che il Mexico, che aveva aperto dieci anni prima, era in difficoltà e lo presi in affitto cambiando tutta la programmazione".
Perché la scelta del Rocky Horror Picture Show?
"Una sera ero andato a vedere Saranno famosi al cinema Capitol di via Manzoni e ho visto un gruppo di americani dialogare con lo schermo. All'inizio pensavo fossero pazzi ma poi ho capito che loro quando assistevano a un musical erano abituati a interagire con il film. Allora mi è venuto in mente il Rocky Horror. Lo avevo visto per la prima volta nel 1975 al cinema Durini, era uscito la settimana di Ferragosto ed era stato un flop ma pensavo fosse perfetto per portare in Italia un po' di Broadway. In 30 anni abbiamo fatto 350 mila presenze, quasi cinque volte lo stadio di San Siro, e con noi ha lavorato gente come Claudio Bisio, che faceva il Rocky Horror mentre studiava da attore al corso del Piccolo Teatro".
Come è cambiata la situazione delle sale cinematografiche milanesi dagli anni '70 a oggi?
"C'è stata una moria devastante, soprattutto negli ultimi anni. Basta guardare quello che è successo in centro, dove sono spariti quasi tutti i cinema che c'erano una volta. Come monosala siamo rimasti quasi solo noi, insieme all'Ariosto e al Palestrina che però hanno l'appoggio delle parrocchie che hanno di fianco. Il Mexico oggi è più facile da vendere che da gestire. Quando sono arrivato io via Savona era il Bronx, oggi ci sono tutte le più importanti griffes di moda. D&G è venuta fino alla mia casa di Bellagio per convincermi a vendergli la sala. Ma alla mia età posso anche permettermi di dire di no, anche perché il cinema è la mia unica passione. Se chiudo cosa faccio, vado al Lago a contare i gabbiani?"
Il Comune potrebbe fare qualcosa per salvaguardare le sale rimaste?
"Intanto potrebbero riaprire il Nuovo Orchidea, che è tornato in gestione a loro e che è chiuso da anni. E poi potrebbero dare qualche gratificazione a chi è rimasto a operare sul territorio".
Cosa è cambiato in questo senso con la nuova giunta di Pisapia?
"Per ora è cambiato molto poco, ma comunque è presto per giudicare. Boeri poi non l'ho nemmeno mai incontrato e mi piacerebbe prima o poi riuscire a conoscerlo e farci due chiacchiere. Prima delle elezioni comunali, Pisapia ci ha chiesto la sala per una serata organizzata dal Consiglio di Zona e noi gliela abbiamo lasciata senza problemi, come avevamo già fatto in passato con altri sindaci. Ecco, spero che si ricordi di noi. Trovo comunque un segnale positivo che siano stati raddoppiati i fondi per "Le vie del cinema", la rassegna dei film appena presentati al festival di Venezia che si svolge in questi giorni".
Ma il cinema Mexico cosa chiede al Comune?
"Guardi, io non ho mai preteso niente se non di vedere riconosciuto il nostro ruolo culturale, che ritengo importante in una città sempre più povera di cinema. Al massimo chiediamo un po' più di visibilità. Se poi decidono di non farmi pagare la tassa sull'insegna non è che mi lamento. E poi sull'immondizia si potrebbe fare un forfait invece che pagare a seconda della metratura. Io pago tanto perché il mio è un locale grande ma di sicuro ne produco meno del bar che ho qui di fianco".



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