Caos derivati/ L'onda lunga della crisi in Italia: a rischio fallimento 600 enti locali

Lunedì, 29 settembre 2008 - 15:05:00


La crisi finanziaria, il crunch da in-solvibilità -  - si legge sulle colonne di Liberazione -  ce l’abbiamo in casa per almeno 8 miliardi di euro nelle casse degli enti locali, con rischi di dissesto e bancarotta
. Forse nelle casse dello Stato (anche se Tremonti smentisce e Bankitalia smorza l’allarme). Non è una denuncia. E’ una certezza che emerge da dati ufficiali e da elabora-zioni di un ex-banchiere che da tem-po denuncia il rischio default da de-rivati per Comuni, Regioni e Provin-ce e che per la seconda volta si è spinto a denunciare alla magistratu-ra banche internazionali per truffa aggravata. L’uomo si chiama Davide Corritore e oggi è consigliere comu-nale a Milano (per il Pd). E fino a po-chi anni fa è stato un brillante mana-ger di Citibank - il cuore della finan-za Usa dove si sono fatti le ossa gran parte di quelli che contano nel mer-cato - e poi amministratore delegato dei fondi di gestione del risparmio di Deutsche Bank. E’ stato anche con-sulente economico di Prodi nel pri-mo governo dell’Ulivo. Uno che sa di cosa parla e lo fa con calma, dati, cifre, cautela. Ma l’effetto è deva-stante. «Il dato ufficiale del Tesoro a fine 2007 parla di 36 miliardi di euro di derivati in essere per poco meno di 600 enti locali». Con precisione: 18 regioni su 20, la metà delle province e 500 comuni da piccolissimi a 50 ca-poluoghi. Praticamente tutta Italia.

Proviamo con un’immagine, serve più di mille parole. Basta ambientarla in quel posto dai confini tanto indefiniti che siamo soliti chiamare sinistra. Bene, qui, dopo aprile, dopo la drammatica sconfitta elettorale, si è litigato, ci si è divisi, si sono lacerati addirittura rap-porti personali. Il tutto davanti ad un convitato di pietra: la sinistra diffusa. Quella che magari non è andata a vota-re, quella che l’ha fatto, addirittura quella che s’è rivolta altrove. Se è vero che nelle più combattive fabbriche del Nord, alla fine gli operai hanno messo la croce sul simbolo della Lega. Quella che non si può più misurare solo alle elezioni. E’ stato il convitato di pietra: c’è stato chi si rivolgeva a lei, soprattut-to a lei, chi credeva in lei, chi voleva sol-lecitarla. E c’è stato chi non la riusciva a vedere, la intravedeva ma non la con-siderava.

O comunque la considerava sempre e solo come subordinata alle esigenze della Politica, quella con la «p» maiuscola. Poi, all’improvviso, in un sabato già autunnale sul calendario ma di fatto primaverile, come solo Roma può regalare, ecco che quel «convitato di pietra» comincia a muoversi. Sposta un braccio, una gamba, si anima. Non è più una statua. Certo, non cambia di una virgola l’assetto di questo paese. Dove le destre governano e continuano a vincere. Innanzitutto nelle coscienze delle persone. Però, la statua s’è mossa. S’è mossa in cento piazze. Della Cgil. Che non sono da sottovalutare. Per quello che hanno rappresentato quelle manifestazioni così piene, per quel che lì si è detto. Perché è stato scelto il pun-to più difficile dell’attacco delle destre al sistema di welfare, la scuola, e simbo-licamente è stato trasformato in un punto di resistenza.

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