Dal Brasile all'Italia in barca a vela per trasportare cocaina
Una traversata dal Brasile all'Italia su una barca a vela di 14 metri per trasportare fino all'isola d'Elba 300 chili di cocaina. Un carico che avrebbe fruttato oltre 10 milioni di euro se venduto all'ingrosso, atteso da una "join venture" di trafficanti e acquirenti, come è stata definita dagli investigatori della squadra mobile, tenuta sotto controllo dalla polizia fino al momento più opportuno per intervenire.
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Il sequestro è scattato nella tarda mattinata di ieri, quando il gruppo si è deciso a tirare a secco l'imbarcazione dal porticciolo dell'isola fino a un cantiere nelle vicinanze. Nascosti nei gavoni tra la poppa e la prua c'erano 302 panetti di sostanza con il simbolo di un'ancora incisa sul fronte, pronti per essere spartiti tra i grossisti consorziati per l'occasione. Tra i sette criminali sottoposti a fermo con l'accusa di aver importato il grosso carico di droga, c'è anche Ivan Giordano, 33enne milanese, l'unico raggiunto nel capoluogo lombardo all'interno della sua abitazione. L'uomo avrebbe smerciato sulla piazza meneghina la parte del carico a lui destinata. Gli altri sei sono stati tutti bloccati sull'isola al momento del sequestro.
Il gruppo soggiornava all'Elba già da diverse settimane. I malviventi erano in gran parte sistemati nei bed and breakfast di Rio Marina, con le rispettive famiglie, come veri turisti. Antonello Pitzalis, cagliaritano di 42 anni con precedenti specifici, è ritenuto dagli inquirenti "l'anello di congiunzione" del particolarissimo consorzio di acquirenti. I restanti, nati a Roma, Torino, Oristano e Varese, in buona parte con precedenti e di un'età compresa tra i 38 e i 57 anni, avrebbero poi venduto le proprie parti sulle piazze in cui erano già attivi, tra cui quella pugliese e umbra. Avevano sorvegliato a lungo la "Tabatha II", questo il nome della barca, ancorata nel porticciolo toscano, inconsapevoli della presenza del personale della squadra mobile e del Commissariato di Sesto San Giovanni.
La "Tabatha II" aveva attraversato l'oceano costeggiando i Caraibi e le Isole Azzorre, fino al Mar Mediterraneo. Un'impresa tutt'altro che semplice per una barca a vela e motore di piccole dimensioni, che necessitava senza dubbio di uno skipper esperto. Gli investigatori, che hanno iniziato a seguire i movimenti del gruppo quando il carico era già approdato all'Elba, stanno ancora lavorando per chiarire chi si trovasse al timone e chi avesse partecipato alla traversata.
L'imbarcazione, cui mancavano alcuni documenti di immatricolazione relativi alla bandiera, è risultata intestata a un milanese per il momento estraneo all'indagine, su cui si sta tuttavia approfondendo come ipotetico prestanome. Quanto al titolare del cantiere in cui è stata ricoverata la "Tabatha II", si ritiene che fosse all'oscuro dei traffici del consorzio. L'operazione, coordinata dal pm Giuseppe D'Amico della Direzione Distrettuale Antimafia, era scattata circa un anno fa dalla convergenza di due indagini condotte rispettivamente dalla squadra mobile e dal commissariato. Gli inquirenti, che continuano a indagare sull'ipotesi di associazione per delinquere, hanno monitorato diversi viaggi all'estero compiuti dal gruppo. Ritengono che i malviventi, pur essendo in parte incensurati, siano abili professionisti del mestiere che hanno già messo a segno altri colpi simili.



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