Milano/ Massimiliano Finazzer Flory sceglie Affari per la sua prima intervista-manifesto. E lancia un "social network" culturale in salsa meneghina...
Parliamo del degrado di Piazza del Duomo. E' uno dei problemi più scottanti.
Questa città non di rado è sfruttata senza essere risarcita. Mi riferisco allo sfruttamento che si declina attraverso l'uso di spazi pubblici da parte di privati che non sono disponibili a riconoscere i segni, i simboli e la storia di cui sono composti questi spazi. Non si può andare avanti così. Gli spazi pubblici sono tali perché consentono a tutti di avere uguale sovranità. Noi, a differenza del passato, elaboreremo un progetto: se il privato vuole può integrarsi in questo progetto. Nel passato invece il pubblico è stata la ruota di scorta del privato, ma ora questa macchina economica ormai è ferma, non ha più strade, non ha più benzina, non ha più mete. E' giunta l'ora di riappropriarci degli spazi pubblici.
Veniamo alle linee guida del suo programma culturale.
Sono due: la formazione e l'informazione. Dobbiamo raccontare Milano nei luoghi nei quali la città è sorta e si è rappresentata. Uno degli spazi che voglio valorizzare sarà il museo archeologico. La Milano imperiale, romana, va riscoperta agli stessi milanesi. Poi si dovranno coinvolgere le famiglie, in particolare quelle che hanno figli, collaborando con il mondo delle scuole. Mi piacerebbe che fuori da ogni museo ci fosse questa scritta: "L'idea che abbiamo di un museo dipende dall'esperienza che abbiamo avuto da bambini". Se noi prendiamo sul serio questo slogan, possiamo fare una politica culturale concreta. Entro breve ci sarà la comunicazione di tutti i musei, i teatri e le biblioteche milanesi, che verranno dotati di gonfaloni e indicazioni anche toponomastiche in grado di orientare i flussi turistici presso i siti culturali.
Domanda più personale. Come ha affrontato questi primi 30 giorni?
Il mio atteggiamento direi che è stato "cristiano", che affronta con serenità interiore un ambiente non facile. Un ambiente che va attraversato con grande senso di sacrificio, assumendo su di sè responsabilità importanti. Ho avuto fino ad oggi un doppio passo: etica e fatti. Ci sono dati concreti: in meno di un mese ho avuto più di 60 appuntamenti, intervenendo in 20 conferenze, e attivando un gruppo di lavoro interno all'assessorato per arrivare a una riforma per una burocrazia al servizio della cultura e non viceversa.
Lei ha anche un'intensa produzione intellettuale. La manterrà?
Non rinuncio ai miei studi, alla mia recitazione, a scrivere. Se lo facessi, rinuncerei a quella parte di me che mi permette di rimanere autonomo rispetto a decisioni pubbliche molto complesse e spesso controverse.
Come ha trovato il suo assessorato?
Quello che ho trovato è stato un assessorato usato spesso come un bancomat o una mucca da mungere. Non di rado la redistribuzione delle risorse rischiava di essere assistenzialistica e incapace di finalizzare progetti condivisi. Io intendo chiudere quest'epoca: si finisca con l'assistenza passiva e si passi alla produzione attiva.
Chiudiamo con uno slogan per il suo assessorato.
Faccio mia una frase di Albert Camus: "C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima".



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