Eretici Digitali/ Vittorio Zambardino ad Affari: "La Rete può salvare il giornalismo se il giornalismo cambia. Ma occhio al Potere..."

Lunedì, 7 dicembre 2009 - 09:00:00

di Stefano Fossati

Vittorio Zambardino
Vittorio Zambardino

Vittorio Zambardino è uno dei simboli del giornalismo online in Italia: nel suo curriculum ci sono la creazione di Repubblica.it e successivamente la direzione di Kataweb, portale dell'Espresso, giusto per citare gli esempi più eclatanti. Ora, con Massimo Russo - altro giornalista di lungo corso sulla Rete - Zambardino pubblica "Eretici Digitali" (ed. Apogeo, 15 euro), trasposizione libraria dell'omonimo "manifesto" lanciato - sull'omonimo blog - allo scopo di "salvare il giornalismo dalla crisi dei giornali". Quella crisi generata proprio dalla Rete: "In Italia - e non solo - la società è divisa: da un lato ci sono quelli che dicono che la Rete è anarchia e trasgressione, che rovina i modelli economici, che rappresenta un pericolo per le persone e i bambini; dall'altro chi pensa che internet sia la promessa di un mondo migliore. Noi ci definiamo 'eretici' perché non crediamo a nessuna di queste versioni: piuttosto, pensiamo che la Rete sia una grande opportunità di rinnovamento, ma che - come tutte le innovazione - porti con sé luci e ombre, nuovi padroni, pericoli di regolamentazione...", spiega Zambardino ad Affaritaliani.

In concreto, con chi ce l'avete?
"Con la stessa Rete, Google, i giornali, i governi. E poi diciamo come, secondo noi, si possa trovare un incontro fra internet e il giornalismo. Perché nell'era digitale il giornalismo si salva solo se cambia, se smette di vedere nella Rete un nemico anziché un alleato. Così, di fronte alle dichiarazioni di Murdoch (che ha accusato Google di 'rubare' i suoi contenuti per Google News, ndr) restiamo molto perplessi, sebbene gli riconosciamo il diritto di guadagnare".

Eretici digitali/ Zambardino e Russo, un Manifesto e un libro per demolire il vecchio giornalismo
Murdoch, a quanto pare, vuole vendere i suoi contenuti in esclusiva a Bing, il motore di ricerca di Microsoft, estromettendo Google...
"I giornali non si possono salvare facendo la guerra ai meccanismi di base della Rete: un buon 30% di audience dei siti di news online arriva da Google, e se vi aggiungiamo i social network questa quota può crescere anche oltre il 50% (il New York Times lo ha ammesso ufficialmente). Vogliamo davvero rinunciare a questa parte dell'audience? Vogliamo davvero affidarci a un solo motore di ricerca in cambio di un pagamento?"

Non funzionerà?
"Non escludo che possa funzionare a livello di business, ma è limitante: o la stampa è forte e libera, oppure è sussidiata dai governi..."

copertina eretici digitali
La copertina del libro "Eretici Digitali"
Ma non è ormai troppo tardi? C'è chi dice che la Rete è troppo sputtanata per essere autorevole.
"Una sensazione tutta italiana: negli Usa il Twitter di Obama ha circa 13 milioni di iscritti ed è un vero organo di informazione. Altro che sputtanamento, la rete continua a crescere e ha ancora margini di crescita. A fare paura, al governo cinese come ai giornalisti italiani, è il fatto che internet rompe un certo equilibrio sociale basato sul controllo. Si pensi solo quanto è avvenuto con la rivolta di Teheran, dove gli unici filmati sono arrivati dai cellulari, attraverso la Rete".

Però nel mare magnum di internet bisogna capire come distinguere ciò che è informazione da ciò che è "altro": cazzeggio, fuffa se non addirittura falsità.
"Certo, la Rete porta con sé tutto, compreso 'l'esercito dei 50 centesimi', i blogger pagati 'a post' dal governo cinese per rompere le scatole al presidente degli Stati Uniti, proprio perché sulla Rete si gioca una battaglia per il controllo dei media e dell'opinione pubblica".

Ok, ma torniamo all'informazione "forte e libera" su internet: chi la paga? La pubblicità? I lettori? I motori di ricerca?
"In questo discorso bisogna coinvolgere le compagnie telefoniche. Perché l'equivoco sta nel pensare che la Rete sia gratuita: in realtà tutti paghiamo un obolo salato alle telecom. Quindi bisognerebbe trovare dei meccanismi per retrocedere piccole porzioni di ricavi dai grandi gatekeeper, vale a dire compagnie telefoniche e motori di ricerca, ai produttori di contenuti, dai grandi giornali fino ai blogger. E poi il problema da porre rispetto a Google è che il motore di ricerca ha abbattuto i prezzi della pubblicità, distruggendo il mercato dell'advertising online. Insomma, da eretici ci poniamo sia contro gli integralisti editoriali, secondo i quali bisogna controllare la Rete e ristabilire lo status quo ante, sia contro le 'ortodossie della Rete'. Bisogna trovare delle strade che permettano al giornalismo di cambiare e ai giornali di vivere".

Il giornalismo italiano, però, non è certo in crisi a causa di internet...
"Internet ha accentuato la crisi, perché ha creato un'opinione pubblica avvertita e dotata degli strumenti per verificare i limiti e gli errori dei giornalisti. Tuttavia secondo noi la Rete può anche servire a rigenerare la professione, portando forze fresche, ragazzi che oggi in Rete creano iniziative di giornalismo embrionali..."

Questo mi fa pensare (anche) al citizen journalism: un'opportunità o una iattura per il giornalismo?
"Una grande opportunità: può fornire moltissimi spunti, soprattutto nelle cronache locali... poi certo, sta al professionista verificarli e valorizzarli".

Nel libro parlate anche del rapporto fra il Potere e internet...
"La Rete fa paura al Potere e il Potere si difende: basti vedere il 'pacchetto Telecom' che l'Europa si prepara a varare, con controlli sempre più stringenti sul download e sempre più limitativi della privacy; a livello nazionale italiano sono in itinere leggi sulla responsabilità dei blog, che di fatto saranno omologati ai giornali nella disciplina della diffamazione. Del resto basti pensare alla lentezza con cui viene sviluppata la banda larga, nonostante costi meno di cento chilometri di autostrada: il timore è che questa possa provocare alla televisione ciò che l'avvento di internet ha provocato ai giornali".

Che fare, dunque?
"Credo che solo un cambiamento delle pratiche, tanto nella professione giornalistica quanto nella Rete, possa fare avvicinare questi due mondi. Convincendo ad esempio gli editori ad aprire i siti dei grandi giornali al citizen journalism e a cercare in Rete quel consenso che oggi cercano solo ai tavoli del potere"

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