The Pirate Bay/ Confermata in appello la condanna ai fondatori. Ma il sito, come Wikileaks, è impossibile da fermare
Confermata in appello la condanna a Peter Sunde, Fredrik Neij e Carl Lundström, fondatori di The Pirate Bay. Il giudice del tribunale svedese ha confermato in appello la rilevanza penale imputabile, ridicendo leggermente la pena carceraria, aumentando al contempo la sanzione pecuniaria. Ma The Pirate Bay resta online: come Wikileaks, balzato in questi giorni agli onori delle cronache, il tracker di origine svedese ha oggi reso pressoché inoscurabili i propri server cambiandone frequentemente la collocazione. 
Sunde, Neij e Lundström, tre dei quattro fondatori del noto tracker bittorrent, sono stati condannati rispettivamente a 8, 10 e 4 mesi di reclusione e a una multa complessiva di 6,5 milioni di dollari, da dividersi fra gli imputati; in primo grado, il tribunale aveva stabilito una multa di 2,7 milioni.
In ogni caso la condanna non ferma The Pirate Bay: prima del processo ai fondatori, il sito era stato infatti acquistato dalla società offshore Reservella (con sede nelle isole Seychelles), che ne ha continuato l'operatività. E poco importa se in italia The Piratye Bay non sia ufficialmente raggiungibile, in virtù di una sentenza del tribunale di Bergamo che ne ha decretato l'oscuramento imponendo agli Internet Service Provider sul territorio italiano di impedire l'accesso al sito. Un blocco, peraltro, facilmente aggirabile utilizzando semplici tecniche per oscurare il proprio indirizzo IP italiano e accedere a The Pirate Bay con un IP di un altro paese.
Il caso The Pirate Bay, sotto questo aspetto, è paragonabile a quello di Wikileaks e conferma la difficoltà a contrastare la circolazione di informazioni sul web ricorrendo a metodi tradizionali, poco importa se si tratti di file segreti della diplomazia internazionale o di torrent per condividere musica, film e altri materiali coperti dalle "vecchie" leggi sul copyright.



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