Giornalismo d'inchiesta/ Riccardo Staglianò presenta ad Affaritaliani "I cinesi non muoiono mai", firmato con Raffaele Oriani
Due giornalisti abituati a scarpinare, Riccardo Staglianò e Raffaele Oriani, esponenti di punta della vecchia scuola che consuma scarpe scovando storie come mastica chewing gum. Insieme hanno condotto e pubblicato una interessante inchiesta, “I cinesi non muoiono mai” (236 pp., 14.60 euro, ed. Chiarelettere), in cui chiariscono perché questo popolo ci impensierisca o addirittura, ci faccia paura per il semplice fatto che sta cambiando l’Italia. A tale riguardo, Staglianò, “firma” di Repubblica, ha accettato di rispondere a qualche domanda. Dei cinesi, afferma, “non se ne sapeva quasi niente. Le rare volte che andavano sui giornali si tiravano in ballo, anche quando si trattava di liti passionali, le fantomatiche Triadi. In più si trattava di immigrati molto anomali: ricchi e misteriosi. Insomma, un tema ideale per un'inchiesta”.
Il tormentone dei cinesi che non muoiono dovrebbe essere applicato anche a romeni, cingalesi, filippini e altri? 
Riccardo Staglianò
"Se si adotta il percorso logico che porta a questo odioso stereotipo, sì. Il sillogismo è: "Hai mai visto un funerale cinese?" E la risposta negativa si trasforma in spiegazione generale e complottista. Basta grattare un po' la superficie per scoprire verità più facili e banali: solo il 2% dei cinesi d'Italia è ultrasessantenne. E i giovani, di qualsiasi nazionalità, hanno il difetto di morire meno dei vecchi".
La Cina è sempre più vicina e sempre più le notizie che la riguardano parlano di contraffazioni, alterazioni dannose di cibi, condizioni di lavoro immani… E’ solo un vizio nei meccanismi dell’informazione?
"No. È una fase di passaggio di un capitalismo cresciuto troppo in fretta. I cinesi hanno scoperto il mercato alla fine degli anni Settanta. E da allora l'hanno abbracciato con lo zelo dei convertiti. Impareranno a rispettare di più i diritti dei lavoratori e a falsificare meno perché conviene anche al loro business".
I cinesi sbarcano da noi in massa anche per sfuggire ad una Stato in cui vengono calpestati i diritti civili?
"Non direi. Nessuno degli originari dello Zhejiang, da cui proviene il 90% dei cinesi nostrani, l'ha citato come movente. Vengono, venivano, perché erano convinti di avere più opportunità di fare soldi. Oggi, con i rapporti di forza tra le due nazioni molto modificati, i flussi si sono già ridotti".
La vostra maggiore difficoltà nel condurre questa inchiesta?
"Convincere le persone che avvicinavamo ad aprirsi, a dedicarci un po' del loro tempo. Anche se sono studenti ventenni i cinesi della diaspora sono impegnatissimi. La risposta standard, alla richiesta di un appuntamento, era: 'Sì, fra due settimane'. È servita molta pazienza ma alla fine ha pagato".



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