Africa, la rivolta 2.0/ Nel mondo arabo è accaduto in dieci giorni ciò che la rivoluzione francese realizzò in 10 anni. Grazie alla tecnologia
Da un mese a questa parte la situazione nel mondo arabo sta infiammandosi ed evolvendosi verso il drammatico, minuto dopo minuto. Tutto ciò sta accadendo sotto gli occhi di un mondo che seppur allibito, rimane spettatore impotente. Prima la Tunisia, poi l'Egitto, il Bahrain, lo Yemen, poi l'Iraq ed infine la Libia con il genocidio che si sta perpretando sotto gli occhi di tutti.
E' un vaso di Pandora che nessuno si aspettava venisse scoperchiato le cui conseguenze a lungo termine non è dato a nessuno prevedere. Alla faccia delle previsioni delle varie cassandre che ultimamente e con molto poco titolo dispensano prolificamente ipotesi spacciandole come certezze.
E proprio perché la situazione sta diventando veramente pericolosa, l'Onu nelle scorse ore finalmente ha terminato di "ragionare se fosse il caso di optare di prendere in considerazione la possibilità di indire eventualmente una riunione per discutere se decidere di fare qualcosa in merito alla situazione libica". Dimostrando così l'assoluta inadeguatezza ai tempi della attuale burocrazia democratica.
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La rivoluzione che sta scuotendo oggi le fondamenta del mondo arabo è una rivoluzione altrettanto importante. Innanzitutto perché è la prima rivoluzione del mondo pan-arabo che non abbia assunto connotati religiosi, il che di per sè farebbe notizia e meriterebbe una analisi approfondita.
Ma ciò che sfugge ai più è che è stata la prima rivoluzione internazionale a ricevere l'ausilio della tecnologia, nonostante stia avvenendo in paesi con il più basso tasso di penetrazione tecnologica. E' a tutti gli effetti la prima rivoluzione 2.0, a partire dagli stessi perché essa sia avvenuta.
Internet è benevola, concede spazio a tutti e consente di diffondere opinioni alla velocità della luce e proprio in merito ai perché di questa rivoluzione l'universo dei blogger, dei social network e dei cospirazionisti si è scatenato nelle supposizioni più disparate. Tra tutte, la più diffusa e accettata pare sia quella che ipotizzi che questa rivoluzione sia stata attentamente pianificata dagli Stati Uniti. Personalmente ritengo questa versione poco verosimile, perché attribuisce agli americani una capacità di comprensione degli scenari internazionali e di calcolo degli effetti di lungo periodo che gli Stati Uniti hanno dimostrato storicamente di non avere. Una rivoluzione che tra le altre cose, passa attraverso la demolizione degli equilibri interni dell'Egitto, l'unico alleato stabile che da quarant'anni a questa parte ha fatto da cuscinetto, per conto degli americani, tra il mondo islamico e Israele. In effetti Wikileaks aveva mostrato come gli americani avessero in qualche modo appoggiato la resistenza interna egiziana, però non dimentichiamoci che a suo tempo gli stessi appoggiarono, addestrandola e armandola anche la resistenza afghana (leggi: talebani) e che nel 1985 Reagan venne colto con le zampe nella marmellata mentre riforniva l'Iran di armamenti (scandalo Iran-Contras).
Insomma, da sempre gli americani sono stati a torto o a ragione maestri di alta pasticceria e di tanto in tanto anche a noi è toccato papparci qualcuno dei loro bignè mal riusciti. Tornando alla caratterizzazione tecnologica di questa rivoluzione, non si può non considerare il ruolo svolto da Al Jazeera, il network televisivo satellitare con base nell'emirato del Qatar che da un mese a questa parte ha offerto l'unica copertura totale degli eventi in questione. Anche qui, la domanda da farsi sarebbe: come mai l'emittente televisiva che è saldamente in mano allo sceicco del Qatar Hamad bin Khalifa (in quanto da egli totalmente finanziata e ri-finanziata) si stia prestando in maniera così evidente e partigiana allo smantellamento degli equilibri interni del mondo arabo?
La stessa domanda se la sono fatta prima Mubarak poi Gheddafi, dapprima chiudendo gli uffici di Al Jazeera in Egitto ed in Libia, poi arrestando alcuni suoi giornalisti ed infine mettendo in atto contromisure tecnologiche, disturbando costantemente alcuni canali di uplink satellitare che la redazione di Al Jazeera utilizza per trasmettere le sue notizie.
Ma Al Jazeera e le sue trasmissioni non sono il solo incubo che abbia tolto le notti a Mubarak e Gheddafi. Il vero incubo infatti è stata internet e non a caso alle prime avvisaglie di rivolta il governo egiziano ha imposto la chiusura totale a tutti gli internet provider egiziani. Tutto questo per impedire ai dissidenti di utilizzare internet come centro di comando e controllo e per impedire la diffusione via internet di filmati che mostrassero le rivolte di piazza, le atrocità del regime e che diffondessero i messaggi dei rivoluzionari.
Gheddafi ha fatto tesoro dell'esperienza che Mubarak ha maturato due settimane prima delle prime avvisaglie di rivolta in Libia e ha pensato di bloccare preventivamente sia internet che l'accesso fisico ai giornalisti in Libia. Tant'è che ancora in queste ore, internet in Libia è accessibile solo via servizi proxy. Ciononostante la massa di persone che riesce ad aggirare i blocchi imposti da Gheddafi è tale e tanta che la copertura di Al Jazeera dei fatti libici è ora esclusivamente garantita dai contenuti multimediali generati dagli internauti libici che essi mettono a disposizione attraverso i blog, i social network e YouTube.
La stessa Google ha istituito il servizio Speak to Tweet, che permette a tutti coloro che non hanno più accesso a internet di accedere via telefono e via voce ai servizi di Twitter.
Nemmeno le reti di telefonia celluari sono scampate alla strumentalizzazione della rivoluzione e della contro-rivoluzione: da una parte i manifestanti si organizzavano via sms, dall'altra Mubarak e Gheddafi obbligavano gli operatori telefonici a inviare alle masse milioni di sms pro-regime.
E' una rivoluzione 2.0 quindi: laddove in Francia sono stati necessari 10 anni oggi nei paesi arabi sono bastati 10 giorni per innescare un processo che ha trovato nella tecnologia il migliore alleato. C'è solo una cosa che non mi torna: il mondo degli hacker arabi ha da sempre dimostrato di essere molto attivo, pronto a prendere parte a questa o quella battaglia, a patto che la battaglia fosse per Maometto o per l'Islam. In queste settimane, devo dire con sorpresa, ho constatato come la Ummah digitale non abbia reagito con la consueta veemenza ai fatti di cronaca, non dico per appoggiare le ragioni dei rivoltosi ma nemmeno per auspicare l'interruzione dei massacri dei civili inerti. Gli attivisti digitali infatti sono in questi giorni impegnati sulle solite campagne di supporto alla causa del PKK turco e della Palestina.
Questo sinceramente fatico a spiegarmelo.
R.P.



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