Tutti nella rete/ L'accesso a Internet in Italia deve diventare un servizio universale, da garantire a tutte le realtà e componenti della società

Mercoledì, 17 febbraio 2010 - 11:59:00

di Giorgio De Michelis e Alfonso Fuggetta
(da
www.lavoce.info)
 
In questi mesi si discute insistentemente del futuro delle reti di telecomunicazioni. Il dibattito si muove su diversi fronti ed è certamente molto complesso e articolato. Il punto di partenza è l’analisi della storia e del ruolo in Italia dell’operatore ex monopolista, Telecom Italia. È una grande impresa che vive i problemi di tutti gli incumbent: soffrono l’avvento di Internet e delle telecomunicazioni digitali; hanno una struttura societaria sovradimensionata rispetto ai bisogni del mercato per come si è configurato negli scorsi anni; sono ancora almeno in parte permeati da una mentalità che non li rende esenti da tentazioni monopolistiche. A questi problemi si aggiungono le criticità che derivano dalle vicende specifiche di Telecom Italia, dal suo processo di privatizzazione e dai tribolati passaggi di proprietà che hanno caratterizzato la sua storia. Indubbiamente, nel discutere di come promuovere lo sviluppo delle reti non si può prescindere da questi fatti e da queste considerazioni.

INFRASTRUTTURE E BISOGNI DEI CITTADINI
Entrando nello specifico dello sviluppo delle reti, vi sono diversi temi e problemi che devono essere analizzati in modo organico e articolato.
Troppo spesso si ripete che la rete non potrà svilupparsi finché non ci saranno servizi convincenti e utili per il paese, i cittadini e le imprese. Ora è del tutto evidente che una rete senza servizi è inutile. Ma la storia dello sviluppo delle infrastrutture dovrebbe insegnarci qualcosa. Senza una rete, la domanda non può fisicamente manifestarsi. Per esempio, come è possibile richiedere servizi di telepresenza se la rete non è in grado di supportarli? Come avrebbero potuto Google, Twitter o lo stesso web svilupparsi senza rete o con una rete limitata e “lenta”? E come sarebbe possibile reagire tempestivamente a una ipotetica crescita della domanda, sviluppando infrastrutture complesse e costose in tempi ragionevoli? La storia del nostro paese, i nostri ritardi cronici nello sviluppo dei sistemi di trasporto, degli aeroporti, dei sistemi ferroviari e intermodali non ci hanno insegnato proprio nulla?

I bisogni dei cittadini, delle imprese e della società evolvono nel tempo. L’accesso alle tecnologie delle reti e, nello specifico, a internet è divenuto in questi ultimi anni un servizio essenziale che caratterizza una società realmente evoluta. In passato alcuni servizi che avevano acquisito caratteristiche simili, come l’acqua potabile, l’energia elettrica, il servizio telefonico classico, sono stati dichiarati servizi universali e, come tali, garantiti a tutti i cittadini e soggetti che ne facciano richiesta, secondo uno schema tariffario che permette al contempo diffusione universale del servizio e copertura dei costi dell’operatore, anche nei casi dove la convenienza economica venisse a mancare. È giunto ormai il momento che l’accesso a Internet sia anch’esso dichiarato un servizio universale da garantire a tutte le realtà e componenti della nostra società. Coerentemente, sul breve periodo (1-2 anni), è necessario mettere in campo azioni diffuse che offrano una connettività minima a cittadini e imprese, superando il digital divide che in questo momento colpisce soprattutto quei territori all’esterno dei grandi centri abitati, territori dove peraltro si trovano a operare molte imprese o interi distretti industriali.

LE RETI DI NUOVA GENERAZIONE
Certamente, per il medio-lungo periodo è necessario sviluppare le infrastrutture di nuova generazione (Ngn) che progressivamente andranno a sostituire le reti in rame. E questo, non per la presenza di una singola killer application (come l’Iptv) che giustifichi di per se stessa il passaggio dal rame alla fibra, quanto per la necessità di fornire un mezzo di trasmissione simmetrico, ad alta capacità, e in grado di sostenere il numero sempre crescente di applicazioni e servizi che costituiscono il mondo della rete. Impazienza dell’utente (che non vuole aspettare), molteplicità di applicazioni e servizi fruiti in parallelo, crescita delle informazioni multimediali (di qualunque natura) sono nel loro complesso i veri motori di sviluppo delle reti.

Le Ngn richiedono investimenti molto significativi che gli operatori non appaiono in grado di fare autonomamente e in un arco temporale definito, o perché questi investimenti hanno tempi di ritorno incerti e diluiti nel tempo, oppure perché gli operatori sono gravati da situazioni economico-finanziarie che ne limitano la capacità di movimento (o per una combinazione di entrambe le motivazioni). Proprio perché le Ngn infrastrutture sono così importanti, se i privati da soli non fossero in grado di investire in tempi certi nel loro sviluppo - ed è il caso dell’Italia - allora è ragionevole che lo Stato intervenga con risorse proprie, esattamente come è accaduto per le autostrade, le ferrovie, i porti e le altre infrastrutture vitali del paese. Non per nulla, in tutte le nazioni con le quali il nostro paese deve confrontarsi, sono previsti programmi di intervento pubblico volti a favorire lo sviluppo delle infrastrutture digitali.

Ovviamente, l’intervento pubblico non può risolversi in un regalo fatto a qualche operatore. Non è pensabile che i soldi dello Stato siano dati a imprese private, rafforzandone asset e patrimoni, senza alcuna contropartita e intervento di regolazione a tutela dell’investimento pubblico e dell’apertura del mercato. In generale, le reti tendono sempre più a essere dei monopoli naturali e come tali devono essere gestite. Per questi motivi, appare sempre più ragionevole procedere verso la creazione di aziende, presumibilmente con investimenti misti pubblico-privati, che sviluppino le infrastrutture fisiche (per esempio quelle in fibra) e che poi ne rivendano l’uso a tutti gli operatori di telecomunicazione che ne facciano richiesta (i fornitori dei servizi di trasporto).

La separazione tra infrastrutture fisiche e servizi di accesso, e tra questi ultimi e i servizi applicativi, oltre che da considerazioni di carattere economico e finanziario relative agli investimenti in nuove infrastrutture, risponde anche al bisogno ineludibile di garantire piena concorrenza e apertura del mercato. Da un lato, tutti gli operatori devono poter accedere alle risorse costituite dalle reti fisiche presenti sul territorio che si configurassero come monopoli naturali (sia wireless che wireline). Dall’altro, gli operatori non devono vincolare o limitare l’uso della rete una volta che l’utente abbia pagato un equo e remunerativo (per l’operatore) prezzo per accedere ai servizi di trasporto che esso fornisce. Chiunque deve poter sviluppare i propri servizi applicativi senza essere vincolato dal fornitore dei servizi di trasporto. Sono questi i principi che hanno garantito e permesso lo straordinario sviluppo di Internet: separazione tra trasporto e servizi applicativi, neutralità della rete e non discriminazione degli utenti/servizi.

Si tratta di temi vitali sui quali il decisore pubblico e i soggetti privati dovrebbero definire strategie convergenti, senza reticenze e avendo il coraggio di guardare in modo schietto e diretto i problemi sul tappeto. Non si sente il bisogno né di annunci generici e retorici sull’importanza delle reti, né di atteggiamenti imprenditoriali che si rifanno a una struttura del mercato che è tramontata e che, piaccia o no, non potrà tornare: “for the times they are a-changin’”, cantava un visionario Bob Dylan alcuni decenni fa. Serve far finta che non sia così?

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