La Repubblica delle bufale
È da tre giorni che siamo appesi alle rivelazioni di Repubblica, che sistematicamente o vengono smentite o trovano la diffidenza degli altri media, oramai avvertiti del rischio di urlare a vuoto “al lupo, al lupo”.
Primo caso: sparate in prima pagine le voci su possibili riassetti in Generali e sulle manovre di Geronzi con conseguenze internazionali che chiamano in causa Telecom, Mediobanca, Eni, AXA e Pirelli, il tutto basandosi su sillogismi fragili e in assenza di prove o fonti esplicite. Per ora illazioni.
Secondo caso: sempre in prima pagina, la maggioranza starebbe per approvare una legge che chiude la bocca ai pentiti, ennesimo caso di legge ad personam per favorire Berlusconi. A parte il fatto che si tratta dell’iniziativa di un senatore e non della maggioranza e a parte il fatto che a leggere le proposte si capisce che si possono discutere ma hanno una loro ragionevolezza (in linea con quanto detto dalla Cassazione sui riscontri esterni alle dichiarazioni dei pentiti), la cosa più importante è che oggi il ministro della giustizia si è detto assolutamente contrario.
Terzo caso: Repubblica annuncia il benestare del governo alla fusione tra Telefonica e Telecom ed elenca persino i paletti messi dall’esecutivo per regalare sottobanco la più importante azienda di telecomunicazione italiana agli spagnoli. Risultato: smentite a raffica di Telefonica, che si dice sorpresa e ignara, del governo che in una nota “smentisce nella maniera più totale: nessun incontro, nessun contatto, nessun paletto”, e del viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani, che ad Affaritaliani.it dice: "Non c'è né un via libera né un'opposizione perché non c'è stato ancora nessun contatto”. Come non bastasse: soldi a palate per chi ha comprato 24 ore prima il titolo Telecom in Borsa che fa +10%, tanto che la Consob ha avuto da ridire.
Insomma, aperture di giornale e clamorose rivelazioni date per certe e che invece sono o aria fritta o eventualità non certo imminenti, come cautamente ne aveva parlato nei giorni scorsi Dagospia che accusa Repubblica di aver scopiazzato le notizie dal web rivestendole di un’aura di certezza che non avevano. Ma intanto i titoli in Borsa ne risentono, i palazzi vanno in fibrillazione, radio , giornali, siti, e tg ne parlano con tanto di approfondimenti, inchieste e smentite, e all’opinione pubblica arriva l’immagine deforme e un po’ inventata del paese.
Finché si tratta di gossip e donnine passi, ma sulle cose serie non si può essere prigionieri del proprio demone, ubriachi delle proprie ossessioni.
Alla fine il nulla. E un senso di spaesamento per un’informazione che scambia il verosimile per il vero, usa espressioni definitive e fattuali ("Via libera del governo a Telecom in Spagna") per indicare mere ipotesi di cui si parla da mesi. Un malcostume che impegna il sistema dei mass media a produrre chiacchiere vane. Lo chiamano giornalismo investigativo, che dovrebbe dare la misura del grado di autonomia del giornalismo, ma il cui unico risultato è che ora se parla Ciancimino nessuno se lo fila. Perché questo accade quando si grida ogni giorno “al lupo al lupo”.



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