Ideatore, editore e direttore del primo quotidiano on line italiano ed europeo. È Angelo Maria Perrino, giornalista, 57 anni, famiglia brindisina, ma nato a Ceglie Messapica e vissuto a Squinzano dai 6 ai 13 anni, prima di far ritorno a Ceglie. «Mio padre, Nicola – racconta – era farmacista ed è capitato di dover cambiare città per lavoro. Mia madre, Isabella Lamarina, supportava con grande affetto il nostro errare. Ma qualche ferita dentro è rimasta».
I ricordi di quei tempi?
«Bellissimi, incancellabili. Soprattutto gli anni vissuti a Squinzano, dove ho fatto dalla seconda elementare alla prima media, mi sono rimasti nel cuore. Ricordo ancora alcuni compagni di gioco, Minimo Sozzo e Antonio Leone, la banda di strada, la creatività, poi le tante partite di pallone, infinite, giocose. E gli aquiloni, le fionde, lo slittino fatti con le nostre mani. Io ero il figlio del dottore, loro erano proletari. E come tali mi hanno insegnato tanto».
Nel ’66 il ritorno a Ceglie Messapica.
«Mio padre aveva vinto un concorso, così andò a gestire da titolare una sua farmacia. A me toccò frequentare i due anni di Ginnasio al “Lilla” di Francavilla Fontana, ma i miei genitori non erano del tutto soddisfatti del rendimento scolastico e di una mia certa esuberanza adolescenziale, alzarono bandiera bianca e decisero di affidare la mia educazione e formazione ai padri Scolopi del Calasanzio di Campi Salentina dove ereditai la stanza n. 23 che era stata di Carmelo Bene».
Una dura punizione, nonostante la gratificazione di dormire nella stanza del grande attore salentino.
«Sì, grande sofferenza. Un altro sradicamento, il distacco dagli amici e dagli affetti, la sindrome dell’abbandono. Ma anche un incontro importante con un professore di Filosofia, Mario Scarcella, che mi aprì a visioni inedite e al piacere del pensiero. Fu lui ad insegnarmi la coerenza logica e il rigore argomentativo».
Le conseguenze?
«Presi la maturità e annunciai a mio padre che mi sarei iscritto a Filosofia e che non avrei mai indossato il camice bianco del farmacista ereditando la sua attività, come da tradizione di famiglia. Mio zio era il senatore Perrino, farmacista, a cui è dedicato il grande ospedale di Brindisi».
E lui?
«Visse l’annuncio malissimo. Da uomo che con fatica aveva raggiunto il benessere, si lasciò scappare: finirai col fare l’insegnante di Filosofia a 120.000 lire al mese».
Non andò così?
«No. Mi iscrissi a Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì c’era la mia fidanzata, Rossella, una ragazza milanese, figlia di gente di Latiano, che avevo conosciuto durante le vacanze estive. Ero innamorato di lei, l’anno dopo l’avrei sposata, e volevo starle vicino. Intanto studiavo e lavoravo, ormai avevo famiglia».
Quando nacque la passione per il giornalismo?
«Era un’idea vaga che mi portavo dentro. Ero venuto a Milano per studiare Filosofia ed aprirmi al mondo, ad un certo punto mi interrogai e pensai al mio futuro».
In che modo?
«Tra i corsi di Filosofia ce n’era uno in giornalismo. Lo frequentavo mentre lavoravo. Nel ’77 fui assunto a Panorama, dove sono rimasto 9 anni, da un grande maestro del giornalismo, il più grande del dopoguerra, Lamberto Sechi, un mito. Pretendeva una scrittura senza fronzoli, senza aggettivi, senza lirismi. Voleva una prosa asciutta e per imparare ci invitava a leggere tutto Stevenson e, in particolare, ”L’isola del tesoro”. Lui mi ha inculcato un senso di profonda indipendenza della professione».
Fu l’inizio di una lunga cavalcata nel mondo della carta stampata?
«Sì, Panorama fu un grande momento professionale: negli anni mi occupai di politica, terrorismo, cronaca, P2, calcio scommesse e dal 1982 di economia. Nella sezione denominata Affari Italiani, un nome che mi son portato dietro. E in quel periodo mi capitò di incontrare una persona che ha segnato il mio modo d’essere e di vedere le cose».
Il nome?
«Paolo Scaroni, attuale amministratore delegato dell’Eni. Mi occupavo da poco di economia e il caposervizio, Beppe Oldani, mi chiese di raccontare un giovane dirigente d’impresa che da solo, disse, fa più cultura manageriale dell’intero sistema industriale. Chiesi di chi si trattasse e mi parlò di Scaroni che io non conoscevo. Allora guidava lo stabilimento di Caserta della Saint Gobain ed era stato protagonista di un episodio rimbalzato sulle prime pagine dei giornali: il sindacato non aveva rispettato le misure di sicurezza e lui, senza pensarci due volte, era andato dal prefetto per consegnare le chiavi dello stabilimento. Un gesto che fece scalpore. Incontrai Scaroni e trovai un manager con studi giusti (laurea alla Bocconi e master alla Columbia), idee innovative e chiare. Era ancora giovane, ma era già un maestro, poteva davvero insegnare a tutti come si diventa buoni manager, quali devono essere le attitudini e le qualità di chi è chiamato a guidare l’impresa e gli uomini che ne fanno parte».
Effetti pratici di questo incontro?
«Ne uscì un libro “Professione Manager” pubblicato da Mondadori che fu un successo editoriale e, per me, una grande scuola di vita. Considero Paolo un maestro. Mi ha fatto capire l’importanza del curriculum, dell’impegno e della sfida».
Dopo l’esperienza nel più importante news-magazine italiano?
«Nell’86, desideroso di provare il quotidiano, fui chiamato al Giorno da Lino Rizzi, come inviato speciale; poi andai a Italia Oggi con Pierluigi Magnaschi e in pochi mesi fui nominato vicedirettore. Quindi l’esperienza al gruppo Class dove assunsi la direzione di Campus, mensile dell’Università, della ricerca e della formazione. Poi ancora con Magnaschi a Milano Finanza. Nel ’94, deluso dalla perdita di libertà dei giornali e dalla morte degli editori puri, sostituiti nelle proprietà aziendali dal grande capitale finanziario e industriale, fondai Uomini e Affari proprio per cercare strade nuove. E mentre stavo vivendo questa esperienza scoprii Internet».
Come accadde?
«Era il ’95 e curavo Borsa Oggi, un telegiornale/talk-show quotidiano di economia. Un giorno mi chiama un amico e chiede se potevo dare un po’ di spazio, alla presenza dell’autore, a un libro sui computer appena pubblicato. Mi tremarono i polsi, parlare di computer in tv? Un flop certo. E invece...”.
Invece...
«Il giorno della trasmissione mi si presentò negli studi di Milano un professore della Sapienza, Andrea Aparo. Aveva scritto il primo libro su Internet in Italia. Arrivò in studio con un computer portatile e si collegò in diretta con la Lewis in California dove acquistò un paio di jeans che qui costavano 120.000 lire e che via Internet pagammo solo 19 dollari. Capii allora che Internet avrebbe potuto consentire un modo nuovo di produrre e distribuire il giornale. Attraverso il dialogo tra i computer e non più su supporto cartaceo. Colsi per primo la rivoluzione dell'informazione in tempo reale. E percepii anzitempo la pervasività e la profondità del cambiamento possibile».
Con quale esito?
«Chiamai i miei collaboratori e dissi: Internet è il futuro del giornalismo, mettiamoci al lavoro e studiamo un prototipo, inedito e impensabile per quei tempi. L’11 aprile 1996 il Tribunale di Milano riconosce la testata Affaritaliani.it, il primo quotidiano on line in Italia e in Europa. Avevo portato il giornalismo italiano nel web e il web nel giornalismo italiano».
Quindici anni dopo, quale bilancio si può tracciare?
«Avevo visto giusto, è stato come fiondarmi di 15 anni in avanti, poi tornare indietro come un elastico e incamminarmi verso la nuova frontiera, senza avere né una mappa, né dei punti cardinali. Al buio. Il tempo mi sta dando ragione. Il grande cambiamento si è rivelato inesorabile».
In questo scenario, qual è il futuro della carta stampata?
«La differenza non è tra cartaceo e on line (questo è un falso dilemma), ma tra informazione in diretta e informazione in differita. Nel primo caso, accendo la televisione e vedo la partita nel suo farsi grazie al mezzo elettronico; nel secondo caso, quello dell’informazione in differita, sono costretto a utilizzare la carta come accadeva nel ‘700, con la conseguenza di dover leggere domani le cose di oggi. Ecco, la gente può decidere di vivere gli accadimenti in diretta o leggere le notizie del giorno prima. È facile immaginare come andrà a finire».
Come?
«Vincerà il digitale, la carta stampata resterà appannaggio di alcune nicchie e, in generale, di gente più anziana. Noi dobbiamo rispettare tutto ciò, ma è fuori di dubbio che in prospettiva si tratta di lettori in estinzione».
La carta stampata potrebbe rispondere puntando su contenuti, approfondimenti, riflessioni, commenti, in altre parole su un’informazione di qualità.
«Sarebbe bello se così fosse, ma non credo sia una prospettiva realistica. Dubito che si possa scrivere un commento avulso dai tempi e dai modi in cui nasce e si diffonde la notizia. La possibilità di vivere il tempo reale ha cambiato abitudini e percezioni della gente. La rivoluzione digitale ti obbliga ad entrare col giusto ritmo nelle cose, ci vuole orecchio, come diceva Jannacci. Del resto, non è un caso che ormai tutti i giornali hanno un loro sito on line di appoggio che, però, è cosa diversa dal giornale digitale in modo esclusivo, come è Affaritaliani.it, il vero giornale della Rete per gli italiani che guardano “avanti”».
Dopo 40 anni di Milano, che cosa resta del Salento?
«C’è una passione forte e una grande nostalgia, che cresce nel tempo. Non potrei fare a meno dell’adrenalina milanese, ma le radici sono un fattore, direi un’ossessione imprescindibile. Sicché da qualche anno ci torno per curarmi le ferite di un addio troppo frettoloso. E coltivo il progetto di sbarcare nella mia terra con una sezione del giornale, per raccontare il bello della Puglia, la regione più viva e cool, al resto d'Italia».
Troppi riconoscimenti?
«No, sono convinto che la Notte della Taranta, con le sue implicazioni sociali e culturali, possa diventare una piattaforma politica della nuova Italia. Questa Puglia risparmiata dalla globalizzazione, oggi rappresenta un’avanguardia di quell’economia sostenibile, green che tutto il pianeta sta cercando. Certo, non mancano le ombre: crimine organizzato, inquinamento, infrastrutture inadeguate, caporalato, disoccupazione giovanile. Ma alcune risposte che si stanno dando vanno nella giusta direzione. La Puglia, laboratorio da sempre di nuova politica, si candida nei prossimi anni ad essere trend setter e driver di innovazione e di cambiamento. Nella tradizione. Un bel mix, che non vorrei perdermi e che voglio raccontare agli italiani, attraverso Affari».