Minosse fa il giornalista

Lunedì, 24 agosto 2009 - 11:04:00

Barbara Spinelli accoppia, ad una notevole prosopopea che si vorrebbe altamente culturale, una superficialità di giudizio impressionante. Questo ci ha indotto più di una volta a prenderla un po’ in giro e anche gli articoli recenti ne fornirebbero l’occasione: ma ci si può chiedere se non si stia sparando sulla Croce Rossa. Forse è più utile allargare il discorso al mondo dei giornali.

La politica è l’arte delle scelte. Perfino un dittatore che governa nel proprio esclusivo e personale interesse deve chiedersi in qual modo potrà massimizzare le utilità e ridurre costi e rischi. Per questo si circonda di consiglieri i quali gli sono tanto più utili quanto più sono liberi di dire il loro parere. Nel caso della democrazia, la discussione è per così dire universale. Le scelte della maggioranza sono commentate ogni giorno dall’intera nazione, in piazza, nei giornali, nelle radio, nelle televisioni, e infine ricevono la loro valutazione conclusiva in occasione delle elezioni politiche. Se non ci fosse la possibilità di denunciare le malefatte e gli errori del governo, e se specularmente non ci fosse la possibilità di dimostrare che non si tratta di malefatte ma di ottimi provvedimenti, se cioè non ci fosse la libertà di parola, i cittadini non potrebbero formarsi un’opinione. Per questo essa è uno dei pilastri fondamentali della democrazia.

Purtroppo, questo fondamentale diritto non distingue la critica fondata dalla critica infondata, la denuncia coraggiosa dalle calunnie, l’argomentazione intelligente dall’argomentazione demagogica e pretestuosa. E dal momento che il governo, se potesse, dichiarerebbe sciocche o calunniose tutte le accuse, è obbligatorio tollerare anche quelle che sciocche e calunniose sono veramente. C’è la libertà di parola, e c’è fatalmente la parola in libertà.

Alla lunga tuttavia il grande pubblico finisce con l’avere un minimo di senso critico. Impara che non bisogna prendere sul serio tutto quello che si dice in un comizio di paese, in un giornaletto di provincia o in un talk show. Viceversa deve stare attento quando parlano i grandi politici – e in questo fa benissimo – e quando parlano i grandi giornalisti – anche se in questo secondo caso sbaglia pesantemente. Questi ultimi infatti sono poco affidabili: non hanno alcuna responsabilità e non sono mai chiamati a rispondere di ciò che hanno scritto. Se consigliano al governo di fare una sciocchezza, e quello non la fa, il consiglio è dimenticato. Se invece il consiglio è seguito, fanno presto a dire che la responsabilità non era loro e anzi spiegheranno che non volevano dire ciò che hanno detto. Lo Scalfari di turno cade sempre in piedi.

Questa impunità dà alla testa e i giornalisti si lasciano andare a giudizi tanto severi quanto sbrigativi: Bush è un cretino, Sarkozy un presuntuoso, Putin un delinquente, Obama un dilettante, la Merkel una madre di famiglia che farebbe bene a tornare ai suoi fornelli. Poi, si esprimono sempre come se loro avessero saputo in anticipo quello che è poi avvenuto. Fanno anzi capire che l’avrebbe capito chiunque. Chiunque ma, vedi caso, non loro stessi qualche mese prima.

In questo senso gli articoli di Barbara Spinelli sono esemplari. La signora tratta da sciocchi e ciechi i governanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Germania e degli altri paesi europei.  Questi imbecilli non hanno capito niente dell’Iraq, dell’Afghanistan, di niente. Non l’hanno neppure studiato i Paesi in cui intendevano intervenire ed hanno solo commesso errori. Tanto che lei sembra non capacitarsi che si possa essere tanto stupidi. Non la sfiora l’ipotesi che stia giudicando altezzosamente il meglio dell’umanità. Non immagina che qualcuno, sbalordito, potrebbe chiederle: “Ma tu, chi diavolo sei?” La signora non ha di queste preoccupazioni e del resto non ne hanno né Giorgio Bocca, né Michele Santoro, né Eugenio Scalfari né tutti coloro che trattano il Globo terracqueo come un ragazzino discolo da prendere a scappellotti. Credono che il silenzio di George W.Bush, invece di dimostrare che essi non esistono, nel mondo, sia un’ammissione di colpa.

Se i grandi hanno commesso e commettono errori, pur disponendo di eccellenti consiglieri e di dati non in possesso del primo venuto, niente e nessuno dimostra che i soloni dei giornali non li avrebbero commessi. Non è perché il barbiere ci dà ragione che siamo i più grandi politologi del mondo.

Gianni Pardo
giannipardo@libero.it

 

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