Masi sconfitto da Sant'Oro

Lunedì, 2 maggio 2011 - 10:40:00

di Pietro Mancini

Mai un soprannome fu più azzeccato, come "Sant'oro", affibbiato a "Michele chi ?", come si interrogò l'allora presidente di viale Mazzini, lo scrittore calabrese Enzo Siciliano. Lasciando la poltrona di direttore generale, Mauro Masi, con un bel gruzzolone in valigia ma sconfitto politicamente, si è tolto più di un sassolino dalle scarpe, esternando, sul Corriere della sera contro il "Gran Fazioso" di Salerno e contro gli "intoccabili" di "matrigna Rai", "che utilizzano la battaglia politica per ottenere più potere e più soldi".

E, a proposito di "Sant'oro", il manager non è stato affatto ermetico: "Oggi Michele fa lo spiritoso. Ma non lo era quando, nell'estate del 2010,trattava con me, attraverso un manager esterno - il cosentino Lucio Presta, specializzato in divi delle tv, ben pagati - un contrattone-quadro da 14 milioni di euro per sè, il principale collaboratore, il regista...".

E, certo, non si può non condividere l'osservazione dell'ex direttore generale della Rai (Masi guadagnava 715 milioni annui; nel nuovo incarico, amministratore delegato della Consap, ne percepirà 765), quando ha rilevato che la sinistra politica non ha mai compreso l'abilità dei vari Fazio, "Sant'oro", Floris e Dandini nell'ammantare le loro aspirazioni economiche "come una lotta per la sopravvivenza della democrazia".
Pur sconfitto, Masi, nei suoi due anni di governance di un'azienda complessa, ha cercato di far rispettare leggi e regolamenti a tutti, inclusa la "zarina rossa", Bianca Berlinguer, direttrice del Tg3, e la "lobby di sinistra", che da sempre la fa da padrona nel settore dell'informazione.

Tutto inutile. "Sant'oro", una volta tornato sugli schermi della Rai, dopo la breve parentesi di europarlamentare dei Ds seguita all'"edito bulgaro" di Silvio Berlusconi, in questi anni, soprattutto dopo la vittoria del Pdl alle elezioni politiche del 2008, ha aumentato la sua già notevole dose di faziosità e la carenza di obiettività, che da sempre caratterizzano i suoi programmi. E vi ha aggiunto l'aspirazione a supplire, come un leader o meglio un capopopolo, alla carenza di proposte incisive dell'opposizione parlamentare con l'aggressività e il giustizialismo della squadra (o del partito?) santor-travagliano.

Lo scontro con Masi è avvenuto in quanto, per molti anni, prima e dopo la parentesi di Strasburgo, Michele, unico nel pletorico e dispendioso plotone dei giornalisti della tv pubblica, non aveva mai reso conto a nessuno, neppure al direttore generale e al capo della seconda rete, delle interviste, dell’impostazione delle puntate, dei interventi degli ospiti, degli agguati e dei trabocchetti, tesi a Silvio Berlusconi, ai ministri, agli esponenti del Pdl e, talvolta, anche ai dirigenti progressisti, ritenuti da lui e dai suoi collaboratori meno "de sinistra".

A molti telespettatori e alla maggioranza degli osservatori la tv firmata da Michele non è mai sembrata la Bbc, bensì l'italianissima, tollerante e buonista "matrigna" Rai, comprensiva con il team dell'arrogante conduttore campano (eterno ed esoso discolo, scatenato contro le istituzioni e contro i partiti), un'azienda radiotelevisiva che ne ha sempre tollerato tutti i capricci.

Da Silvio Berlusconi in giù, hanno sempre sbagliato, e regolarmente perso, quanti hanno trasformato l'abile conduttore in un martire. Del tutto vane, persino patetiche, si sono rivelate le esortazioni, da parte del premier e degli esponenti del presunto "bieco regime", rivolte a Garimberti, Masi e Liofredi, affinché limitassero, perlomeno, gli atteggiamenti più scorretti, come le accuse a vanvera contro il lavoro meritorio dei Vigili del Fuoco e della Protezione civile in Abruzzo, le battutacce di Vauro contro i morti del terremoto e le tante puntata di “Annozero” con un grande spazio, concesso dal conduttore campano, senza contraddittorio,al figlio del mafioso Vito Ciancimino, a una attempata escort barese, la signorina Patrizia D’Addario, frequentatrice di palazzo Grazioli e del lettone di Putin. E, "last but not least", alle protagoniste del tormentone politico-giudiziario-sessuale di Ruby Rubacuori, di Lele Mora e di Nicole Minetti, con al centro dei processoni mediatici, sempre, l'eterno imputato, Silvio Berlusconi.

Adesso, il timone dell'azienda pubblica radiotelevisiva passa a Lorenza Lei, una signora bolognese di 51 anni. E il primo scoglio, che la efficiente manager dovrà sciogliere, sono le esose richieste di rinnovo dei contratti, formulate dai conduttori progrssisti, più attenti a rimpinguare i loro già cospicui conti in banca che a battersi contro l'"infame regime mediatico del Sultano di Arcore". In bocca al lupo, dottoressa Lei!

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