La lezione di Sechi prosegue con Affaritaliani.it

Lunedì, 20 giugno 2011 - 16:00:00

di Angelo Maria Perrino

Allora caro Perrino, visti i buoni risultati dei suoi stages e dato che si è liberata una casella nella sezione Affari Italiani, le propongo l’assunzione come praticante a Panorama. E’ disponibile? Se sì, può andare al piano di sopra dove la aspettano per la firma del contratto”.
Asciutto, concreto, diretto come sempre, il grande Lamberto Sechi in quel pomeriggio stava cambiando il corso della mia vita. Era settembre del 1977, ben 34 anni fa. Io ne avevo 23. E a quelle parole mi sentii tremare le gambe: entrare nella redazione di Panorama, la più grande scuola di giornalismo del dopoguerra in Italia, per me, giovane studente di filosofia e figlio degenere di un papà farmacista, aspirante filosofo-giornalista che aveva tradito il camice di famiglia per la Olivetti Lettera 22, era come vincere al Totocalcio. ”Certo direttore, la ringrazio e accetto con un piacere immenso”, riuscii a dire superando l’imbarazzo di parlare faccia a faccia e così intensamente con il grande e severissimo maestro. ”Bene, allora sei dei nostri. E da questo momento direi di darci del tu”. ”Non so come ringraziarti, caro direttore”, gli dissi stringendogli la mano. Poi volando sulla moquette color salmone di Palazzo Niemeyer, sede della Mondadori a Segrate, atterrai all’ufficio del personale, dove trovai la lettera di assunzione. Che portava la firma, appunto,nervosa e rapida di Lamberto Sechi.

Mi aveva destinato alla sezione nella quale avevo già sgambettato da precario per sette-otto mesi, prima come stagista (li chiamavano i tremesisti, un metodo inventato da Sechi per sperimentare e far sperimentare giovani talenti al riparo degli attacchi del sindacato), poi come praticante per sostituzioni estive.Era la sezione che apriva il giornale, Affari Italiani, quella che faceva tremare ministri e malfattori, raccontava soprusi e ingiustizie, ma  mostrava anche l’Italia perbene, colta e moderna, che voleva liberarsi di quella cappa piccolo-borghese ormai vetusta,odorosa di parrocchie e broccoletti, costituita dal predominio politico-culturale trentennale della Dc. Era la sezione di politica, nazionale e locale, di cronaca, bianca e nera, della giudiziaria,delle inchieste e dei reportage. La sezione più tosta, dove consumavamo le suole sui marciapiedi in cerca della notizia esclusiva e del buco da rifilare ai concorrenti dell'Espresso. Ci rimasi nove anni, a Segrate. Anni terribili: il terrorismo, la P2, ma anche il boom della borsa, il primo presidente della Repubblica socialista, il primo premier laico, la liberazione sessuale, il boom delle tv,il primo calcio-scommesse(sul quale scrissi un instant book di Panorama). Da novembre 1977 a marzo ’86.Una vita. E lì imparai il metodo Sechi, che ho nell’imprinting e che ho riproposto dentro Affaritaliani.it, chiamato così  proprio per un omaggio al mio maestro e a quella esperienza.

La ricetta di Sechi? Riassumibile in alcuni principi inderogabili. Prosa asciutta ed essenziale, in stile anglosassone: niente aggettivi, sempre il concreto rispetto all’astratto, fatti nudi e crudi, raccontati con la massima completezza e oggettività, assoluta spersonalizzazione nello stile.

Era un corpus di regolette che Sechi ci aveva inoculato nel corso degli anni, anche a suon di urlacci e predicozzi. E che si erano sedimentate in un metodo nel quale venivamo imbragati tutti. Niente narcisismi (malattia grave e diffusa dei giornalisti), la firma in fondo al pezzo,niente divisioni tra redattori (di serie B) e inviati: tutti inviati, chi ha la notizia vince, senza privilegi e rendite di posizione.
Sicché il grande inviato faceva anche i famosi colonnini da 30 righe, mentre al giovane tremesista,se aveva stoffa, poteva capitare di scrivere l’inchiesta di copertina( l’importante era che ci fossero i contenuti e che fossero scritti nel modo giusto)o di essere additato in riunione di redazione( successe ad un mio pezzo di cronaca giudiziaria sulla fuga di Kappler) come modello di stile da imitare.
Altre regole, alla rinfusa: l’ossessione dell’attacco, che doveva essere fulminante, essendo decisivo per catturare il lettore, un vero trauma per tutti. Era frequente la scena della distesa di fogli bianchi appallottolati e buttati per terra per un attacco provato e riprovato, anche nella notte. Specie quando si scriveva a quattro o a sei mani (un altro must, il lavoro in team).
Regolette da non violare, pena l’urlo di Sechi(più angoscioso di quello di Munch) che terrorizzava tutti quando i capiredattori gli passavano i pezzi più delicati chiedendo la sua supervisione: mai usare l’aggettivo apposito, ad esempio (è inutile, diceva, giustamente). Se si parlava di una persona, anche notissima, non bisognava dare per scontato che i lettori (gli unici padroni, diceva Sechi) lo conoscessero e perciò bisognava mettere sempre non solo il cognome, ma anche il nome, la qualifica e l’età.

Occhio alla conclusione dell'articolo, che doveva ricollegarsi all’attacco, con un movimento circolare; o chiudersi con una notizia, per lasciare il lettore con un buon sapore finale.
E poi il ritmo: leggendo ad alta voce il pezzo di Panorama doveva avvertirsi una musicalità interna, un battere e levare inconfondibile, quasi una cantilena. Sicchè l’orecchio aiutava nello scrivere e nel rileggere.

Maniacale era poi la cura dell’editing. Titoli, sommari, occhielli, tutti senza aggettivi e con un ritmo e una musicalità formale anch'essi(inimitabile in quest'arte i capiredattori Toni Pinna e Myriam De Cesco, che raggiunsero vere vette di perfezione formale).
E poi alla rinfusa: non ci si intervista tra giornalisti, dunque mai proporre di sentire un collega. E quando il giovane giornalista scriveva: “I giornali sostengono che…”, Sechi rabbioso ci invitava ad evitare le tautologie e ad elaborare il senso evidentemente vago del nostro ruolo dicendo: ma quali giornali? I giornali siamo noi.

E infine un must: dovevamo tutti aver letto Robert Louis Stevenson e in particolare 'L’Isola del Tesoro', ottima scuola di linguaggio “alla Panorama”.
E politicamente? Nessuno schieramento precostituito. Si raccontava tutto, senza censure, anche se i valori di fondo, l’idea di società erano di sinistra (Sechi era genericamente un socialista lombardiano, il suo unico amico politico era l’architetto della sinistra Psi Michele Achilli). Denuncia della politica maneggiona, ma anche gusto per il retroscena (i calzini del ministro, il menu degli incontri al ristorante), irriverenza, coraggio di andare controcorrente. Un motto che veniva ripetuto in quel grande open space di Segrate era: il direttore ha molti amici, il giornale nessuno.

A un certo punto Sechi lasciò, davanti a due richieste irricevibili dei suoi giornalisti (tutti necessariamente selezionati dal basso e formati all’interno per garantire la rigorosa omogeneità stilistica e di metodo richiesti): la nomina degli inviati e le firme non più picocle e in calce ma in alto, grandi ed evidenti, sotto al titolo. Richieste narcisistiche e un po’ corporative, che violavano l’etica collettiva di fondo e la logica del team propugnate dal direttore. Ricevuto il comunicato sindacale lo lesse, inorridì e disse: questa non è la redazione che ho costruito io e nella quale mi riconosco. Si alzò, prese il cappello e uscì da Segrate per sempre, senza tornarvi mai più(nonostante il nostro inseguimento). Incombevano gli anni ’80. Si chiudeva un’epoca. Se ne apriva un’altra, orrenda per noi giornalisti.. C’era alle porte la grande guerra per il controllo dell’informazione in Italia. A Segrate di lì a poco le truppe di De Benedetti e Berlusconi si sarebbero contese la maggiore casa editrice italiana e la sua indipendenza a colpi di miliardi e di carte bollate. Allo stesso modo alla Rcs-Corriere della Sera prendevano il potere gruppi imprenditoriali e finanziari legati nella P2, mandando a casa i Rizzoli. E anche Rusconi passava la mano.

Moriva l’editore puro e il giornalismo indipendente. E nell’uscita di scena di Sechi e del suo mondo (la nuova Giulietta, le prime giacche di Armani, la moglie Franca, collega di Grazia col gattino che cadeva nel laghetto di Segrate e qualche giornalista ossequioso che si lanciava in acqua per salvarlo, la pizza alla Pizzaccia, la casa piena di fiori in via Quadronno) se ne potevano cogliere, in nuce, le avvisaglie.
Saluto con le lacrime agli occhi il Maestro che ci lascia. Con un grande patrimonio di ricordi e di insegnamenti. L'ultima sua uscita pubblica me l'ha regalata, tre anni fa, accettando di venire nostro ospite all'edizione milanese di Redattore Sociale (vedi video). E lì, oltre a farmi alcune confidenze-bomba(tra le quali l'aver avuto una relazione erotico-sentimentale con una delle giornaliste di allora, ancora in attività), mi ricordò alcuni principi di fondo dandomi una specie di viatico per continuare nel percorso da lui avviato della ricerca di un giornalismo non salottiero, popolare, fatto per i lettori, accessibile a tutti e capace di cogliere e interpretare le curiosità della gente Sechi si vantava di non aver mai frequentato il Palazzo romano. Aveva rispetto per tutti (le interviste importanti voleva sempre che fossero rilette all’intervistato per l’approvazione) ma non si faceva condizionare da nessuno. Non era un rivoluzionario, ma semplicemente un giornalista.

Diceva che Panorama sarebbe diventato l’Oggi del Duemila. Nel suo progetto,cioè, il primo newsmagazine italiano, che era un giornale d’elite, sarebbe con gli anni diventato un familiare alto accompagnando la crescita e l'evoluzione culturale della società italiana.

La lezione e il progetto di Lamberto, bolognese gran tifoso di Bulgarelli e Pascutti e grande amico del suo concittadino Enzo Biagi io li porto avanti, indegnamente, qui, ad Affaritaliani.it. Coi miei giovani giornalisti, che ho preso dalle università e ho formato all’interno, intorno ad un prodotto croccante, indipendente, attento al nuovo nella politica e nell’economia, nel costume, nella cultura e negli spettacoli, ma anche ai grandi fatti di cronaca, ai delitti insoluti, ai personaggi emergenti, al retroscena piccante.Un giornale con una sua cifra, una personalità, una ricetta e una formula.

 

Indegnamente,ma con l’orgoglio di aver fatto parte di una grande squadra e di avere ricevuto come lezione un grande amore e rispetto per la notizia e un forte senso del giornalismo e della sua autonomia. E con la soddisfazione di aver trasfuso i precetti di Sechi,aggiornati e portati nel web, in tanti giovani allievi che a loro volta tramanderanno la lezione. In questo senso con Affaritaliani.it abbiamo,nel nostro piccolo, cercato di rendere il contributo di Sechi alla storia del giornalismo italiano fecondo e immortale.

E se Affaritaliani.it è figlio di quel progetto, è destinato a diventare il giornale delle famiglie italiane.Com'era nella vision di Sechi.

Grazie direttore, grazie Maestro.

 

 

 

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