La responsabilità di un giornalista. Dialogo tra l'inventore di Panorama Lamberto Sechi e il direttore de La Stampa Giulio Anselmi
La responsabilità di un giornalista
Dialogo tra Lamberto Sechi e Giulio Anselmi svoltosi a Milano nel corso dell'edizione 2007 del seminario sul giornalismo "Miglioratori del peggio", realizzato da Affari Italiani, Redattore Sociale e Anffas Milano.
Conduce: Angelo Perrino
Angelo Perrino
I giornalisti sono responsabili? Questo è l'interrogativo forte sul quale ragioniamo oggi. Prima di arrivare al vero e proprio focus, vediamo di conoscere meglio i nostri due ospiti. Facciamolo in modo un po" interattivo, un po’ spiazzante, con una piccolissima premessa personale. Io non sono distaccato ed obiettivo in questo ruolo perché vengo anch’io dalla scuola di Lamberto Sechi e credo che la sua formula, i fatti separati dalle opinioni, sia la formula del vero giornalismo. Sechi è stato un caposcuola, ha costruito intorno a questa esperienza di Panorama, una serie di giovani giornalisti, Giulio Anselmi è uno di questi, un modo di organizzare, di produrre giornalismo. Un giornalismo che è fatto di concretezza, rigore nel controllo delle fonti, rispetto del lettore concepito come unico padrone, questo era una delle cose che ci sentivamo dire, forte autonomia dal palazzo, dal potere, sacrificio, suole consumate, documentazione infinita, questo approccio completo, enciclopedico, anche per fare un colonnino dovevamo raccogliere quintali di materiali, perché non si doveva sbagliare neanche un dettaglio, questa ricerca dell’obiettività, questo rifiuto del narcisismo che un po’ caratterizza la professione del giornalista. Ecco tutte queste cose sono la cifra professionale, la morale tecnica dei sechiani, sono il mio credo professionale, quello che applichiamo quotidianamente con i miei giovani giornalisti, molti dei quali son venuti ad ascoltare. Proprio come omaggio a questa storia, nello scegliere un nome alla testata che ho lanciato "Affari Italiani” ho consultato la prima sezione di quel panorama, l’area di cui si parlava di politica, di cronaca, di inchieste. Ecco dunque denunciata questa mia soggettiva, particolare condizione psicologica passo la parola a Giulio Anselmi chiedendogli una definizione di Lamberto Sechi, lo si può riassumere con poche parole?
Giulio Anselmi
Non voglio sembrare buonista, ma Lamberto è stato per me, come per tanti giornalisti, un maestro e siamo orgogliosi di essere in parecchi che hanno, come si dice, fatto carriera. Sono tanti i direttori di oggi, di ieri e di domani, che vengono dalla scuola di Lamberto, ma è per noi davvero un padre, un pessimo, un cattivissimo e un severissimo padre, nel senso che alcuni dei momenti più difficili li ho passati ai suoi ordini e se io passo oggi per essere un direttore molto severo, è perché l’imprinting ricevuto da Lamberto Sechi è quello della severità.
Lamberto Sechi
In un paese in cui prevalgono le passioni con estremo furore, pensiamo al comunismo, al fascismo, al cattolicesimo, uno deve essere proprio furioso in Italia per riuscire ad essere simpatico a quelli che contano…
Giulio Anselmi - La caratteristica di Lamberto in un paese dove i giornalisti sono spesso qualche altra cosa, legati a un partito, legati a un potere e quindi molto servizievoli nei confronti dei loro committenti o d’anticausa, è quella di essere innanzitutto un giornalista. In questo senso lui ci ha lasciato un messaggio molto forte, noi prima di tutto dobbiamo essere dei giornalisti, in questo è stato sempre molto severo. Io ho lavorato 3 anni con lui a Panorama, ho fatto tante cose e l’ultima volta facevo proprio un colonnino piccolo per spirito di servizio, uno di quei colonnini di poche righe, tanto per guadagnarmi lo stipendio e anche l’ultima settimana me l’ha fatto rifare 3 volte. Io avevo fatto nel frattempo un certo numero di covers story, quindi pezzi importanti, ebbene, me ne stavo andando, era l’ultimo pezzo, una cosina piccola di vita interna di un giornale, una storia de Il Giorno, che allora era un giornale importante e me lo fece rifare 3 volte del tutto giustamente, nel senso che l’avevo fatto un po’ forse con la mano sinistra, dato che me ne stavo andando… Sto facendo il ritratto di un direttore severo. Io come tutti quelli che hanno lavorato con Lamberto, ho cercato di riproporre lui attraverso i miei strumenti, quindi un direttore severo, un direttore certamente bravo, un direttore al quale siamo rimasti tutti molto legati, è molto difficile che si resti legati ad un direttore con franchezza, nel senso che un direttore rappresenta una stagione professionale, può durare un anno, può durare 10 anni, poi uno se ne va altrove. Nel nostro caso c’è stata da parte sua una reale forma di pedagogia, perché quello che diceva Perrino, cioè il tentativo di obiettività, i fatti separati dalle opinioni, è la cosa che ci ha lasciato addosso. Ora è chiaro che i fatti separati dalle opinioni, così come l’obiettività, è una linea di tendenza, dice come comportarsi bene, allora io vorrei comportarmi bene, ci provo, non sempre ci riesco, però è un criterio al quale credo ci si debba attenere anche perché come si dice la democrazia non funziona però altri sistemi sono peggiori; i fatti separati dalle opinioni è una linea di tendenza che non sempre si riesce ad applicare perfettamente, ma rinunciare al tentativo di raccontare le cose come si sono percepite è un bell’alibi. Noi abbiamo tanti giornalisti che per essere faziosi e per cercare un alibi alla loro faziosità dicono che è impossibile riuscire a separare sempre i fatti dalle opinioni.
Ci racconti di quando ti ha chiamato Arnoldo Mondadori e ti ha proposto di fare Panorama, cosa ti chiese? Come siete arrivati all’idea di fare il Times italiano e quale è stato il segreto del successo?
Lamberto Sechi
Ho scoperto che Arnoldo Mondadori, come me, aveva la stessa sensazione dell’Italia e degli italiani, insomma un paese passionale che rinunciava alla verità pur di soddisfare certe calate d’ingegno, certe esibizioni, un paese un po’ teatrale, ecco, quella era l’idea che aveva del suo paese.
Giulio Anselmi - A proposito di editori puri che non ci sono più, uno dei temi che è venuto fuori nel convegno, questo riferimento ad Arnoldo Mondadori, al ruolo dell’editore, mi sembra un elemento chiave, no?
Angelo Perrino
Gli editori, puri o impuri, non sempre sono buoni editori, questa divisione tra puri e impuri ha valenze etiche, prima che professionali e molto spesso gli editori così detti puri sono pessimi editori e gli editori così detti impuri, sono editori accettabili, anche se è evidente che per noi che facciamo questo mestiere l’ideale è avere come interlocutori persone interessate a gestire un’impresa che viva di vendite e di pubblicità e che non viva a difesa di altri interessi, aziende che controllano il giornale, possono essere automobili, come nel caso mio, possono essere qualsiasi altra cosa. Mi piaceva però ricordare del lavoro di Lamberto, dato che questo poi è il tema dell’incontro di oggi, l’aspetto pedagogico. Lamberto ha costretto noi tutti a lavorare seriamente, conoscete il detto “piuttosto che lavorare è meglio fare i giornalisti”…, in larga misura è vero. Lamberto ci ha costretto a lavorare avendo come interlocutori da una parte i fatti, le cose, dall’altra i lettori e spossessandoci il più possibile degli elementi narcisistici legati alla personalità di chiunque.
Lamberto Sechi
Io modestamente ho sempre cercato di fare l’unica cosa che ritenevo indispensabile nel mio mestiere e cioè non cedere al parossismo, al fanatismo che era tipico dell’epoca. Io ho sempre paura di questo, forse perché io vengo da babbo sardo e da mamma parmigiana, non ho mai capito chi è che mi ha tolto la passionalità…
Angelo Perrino
Giulio ricordava alcuni dei dogmi del giovane giornalista sechiano, io ne aggiungo un altro; tu dicevi non vado a Roma nel senso della politica del palazzo. Com’era il tuo rapporto con il palazzo in quegli anni? Anni, ripeto, in cui un giornale come Panorama è esploso ed è diventato un grande successo. Hai potuto farlo?
Lamberto Sechi
Ho avutola fortuna di avere un editore come Arnoldo Mondadori, il quale mi diceva “se io le chiedo di leggere l’articolo che ha preparato prima che esca sul giornale, lei deve avere la forza di rifiutarsi”. Trovare un editore così non era mica facile! Con lui sono sempre andato molto d’accordo, lui la pensava esattamente come me, mi difendeva se c’erano problemi.
Angelo Perrino
Allora erano gli anni della democrazia cristiana, del partito comunista crescente, gli anni del compromesso storico, sono tutti passati attraverso la redazione di Panorama, qual era il tuo rapporto coi politici? Ti telefonavano? Ti mandavano a quel paese?
Lamberto Sechi
No, noi eravamo amici, per ognuno di noi era giusto saper parlare con tutti, conoscere tutto e poi dopo prendere le nostre decisioni, soprattutto non prendere le parti di nessuno, raccontare le cose come stavano, questo me l’ha insegnato Arnoldo. Veramente gli devo una grande riconoscenza, un uomo straordinario.
Angelo Perrino
E oggi come sono i rapporti con i politici? Recentemente hai avuto una polemica sgradevole con D’Alema che ha inibito un inviato de La Stampa dal seguire i viaggi all’estero del ministro degli esteri, perché su D’Alema avevate dato un’informazione senza sconti diciamo.
Giulio Anselmi
Io ho avuto recentemente problemi con D’Alema, con Fassino, con Berlusconi, con Tremonti, con Fini, questi sono gli ultimi con cui ho avuto problemi. Ho avuto in passato problemi con De Mita, con Craxi il quale quando stavo al Corriere mi telefonò per dirmi che non appena dopo le elezioni, eravamo nel '92, mi avrebbe fatto cacciare a calci nel sedere. Ho avuto problemi con Romiti, ho avuto problemi con De Benedetti, è abbastanza normale, nel senso che, ripeto, noi dobbiamo cercare di raccontare le cose con una buona indifferenza per i nostri interlocutori, convinti che il peggio, che poi alla fine può succedere, è che uno viene sostituito come direttore. Io sono stato sostituito qualche volta. Quando dirigevo il Messaggero che fu comprato da Caltagirone, l’attuale proprietario, che pose come condizione di acquisto che io fossi mandato via, però mi offrì un’altra direzione minore, perché riteneva che avevo fatto bene il mio lavoro, quella del Mattino. Io che ritenevo che non avrei trovato in Caltagirone un editore altrettanto liberale di quanto lo fu Mondadori con Sechi, lo ringraziai tanto e gli dissi di no, ma come dire uno cambia lavoro, come cambia direzioni, come appartiene alle cose normali della vita. Noi siamo stati abituati non ad essere degli eroi, ma ad avere in questo, ripeto, l’imprinting di Lamberto è stato forte, noi stiamo dalla parte delle cose e siamo abbastanza orgogliosi e abbastanza arroganti da pretendere di poter imporre il nostro modo di vedere al potere politico e a quello economico.
Lamberto Sechi
Anche perché non è il nostro modo di vedere, le cose stanno così.
Angelo Perrino
Abbiamo detto del potere: tu hai introdotto il giornalismo economico nel news magazine giusto?
Lamberto Sechi
Si, era impossibile non farlo, perché la società cambia lentamente ma in Italia è cambiato un po’ velocemente e l’economia è diventata particolarmente importante. Economia voleva dire tante cose, voleva dire anche potere e quindi guai a non occuparsi di economia in modo diciamo liberale, da non confondere col partito liberale…
Angelo Perrino
E l’incrocio tra economia e politica poi ci portò anche a raccontare la mafia, Giulio in particolare era uno dei settori che tu seguivi.
Giulio Anselmi
Si, noi ci occupavamo un po’ di tutto, l’importanza di Panorama in quegli anni era cercare un onesto voyeurismo, cioè entrare dentro le stanze che rimanevano chiuse, visualizzando il più possibile i fatti. Andavamo a cercare di vedere le cose, che dai giornali, dai quotidiani di allora, venivano raccontate anche in maniera molto ufficiale, cioè la verità dei quotidiani era la verità degli uffici stampa insomma, dei portavoce, oggi non è più così e se non è più così è merito di quel Panorama e in misura minore dell’Espresso che era un giornale che concorreva a svelare, a raccontare delle cose, ma sempre con un taglio molto netto, sempre con una posizione di parte, dove l’aspetto di faziosità aiutava il giornale a vivere e svolgeva una funzione politica importante. Difficilmente l’Espresso poteva far suo il motto di Panorama, i fatti separati dalle opinioni.
Angelo Perrino
A Panorama non si firmava, la firma dell’articolo era sempre in basso, mai in alto sotto il titolo. Se firmavamo, perché il pallino nero è un’altra vecchia caratteristica di Panorama, lo facevamo sotto, proprio per nascondere l’elemento della soggettività ed invece valorizzare l’oggettività, implicava appunto uno spogliarsi da parte del giornalista. Io mi ricordo quando sono arrivato era il ‘77-‘78, si stava lavorando su una clamorosa, gigantesca inchiesta americana metodologicamente applicata in Italia sul sesso degli italiani, fu una svolta clamorosa, cioè si cominciò a spiegare che in Italia si faceva in una certa percentuale l’amore in macchina con addirittura le possibili variazioni sul tema. E allora l’importanza del costume, dell’osservazione della società in cui l’Italia catto-comunista, che da poco però aveva manifestato nei referendum sul divorzio una voglia di laicità, una voglia di emancipazione da quell’odore di parrocchia e di broccoletti, che era l’Italietta di allora, anche in questo e forse soprattutto in questo, il successo di Panorama…
Lamberto Sechi
Non sbagli, certo facevamo battaglie non combattute in modo clamoroso, isterico ma con il riconoscimento di una necessità, di obiettività, dalla quale non potevamo sfuggire, io poi votavo liberale…
Angelo Perrino
Un’altra delle tue manie, se mi è consentito definirle così, ma con grande affetto, era che dovevamo tutti leggere Stevenson, consiglio che diamo ai giovani giornalisti, il giovane che volesse conquistare la sua approvazione dove leggere l’Isola del tesoro per questo stile molto anglosassone, molto oggettivo… ma Giulio l’elemento dell’attenzione al costume, alla società è uno degli ingredienti di un giornale di successo anche qui antesignani…
Giulio Anselmi
Oggi tutti i giornali, anzi forse c’è qualche eccesso da questo punto di vista, raccontano la realtà. Qualche volta io penso che nel dosaggio dei giornali di oggi, forse Lamberto introdurrebbe qualche elemento di solidità in più e qualche elemento di società leggera, qualche elemento light in meno.
Lamberto Sechi
Ogni tanto ti dico la verità ci penso, però poi mi guardo allo specchio e… pussa via…
Giulio Anselmi
Sei stato tu il colpevole però, antesignano Sechi lo era in parecchie cose, intanto non retorico, ma la cosa che più gli dava fastidio era la retorica, questa è una cosa che ci è rimasta al nostro gruppo…
Angelo Perrino
Io ricordo l’ansia che si provava quando si arrivava e gli si consegnava il pezzo, lui lo prendeva, faceva il giro dietro quella parete della Mondadori, l’open space con la direzione l’unica protetta da una parete, noi che stavamo di qua tremavamo perché poteva succedere di tutto e in genere arrivava qualche urlo dalla cui intensità potevi capire se e in che misura avevi fatto un buon pezzo ed erano mitiche le sue ta-ta… due ta-ta sulla carta per indicare il passaggio che naturalmente era centralissimo all’errore di scaletta, alla contraddizione. Un’esperienza incredibile, cioè abbiamo capito che oltre che scrivere un pezzo, lo si può anche ascoltare. E’ incredibile questa lezione. Voglio chiederti: abbiamo parlato delle piste nere, Piazza Fontana e poi del terrorismo rosso, tu dopo tanti anni avendo raccontando delle cose in modo inedito, abbiamo indicato la pista delle stragi di stato con coraggio, hai rivisto quelle analisi? Sei ancora convinto? Abbiamo indovinato tutto o hai qualche autocritica da farti?
Lamberto Sechi
Abbiamo azzeccato tutto! Sono convintissimo, la storia che è venuta dopo mi ha straconvinto che abbiamo fatto bene a parlare di certe cose e a presentarle come era giusto presentarle, pericolose in certe occasioni, solo fastidiose in certe altre, ecc…. Grazie ragazzi che avete capito che non bleffavo…
Angelo Perrino
Che dici Giulio tu eri in prima fila su quei temi…
Giulio Anselmi
Io credo che abbiamo certamente azzeccato il tono generale, nel senso della premessa, fatti separati dalle opinioni, però poi il giornale andava nella direzione della modernizzazione del paese, e andando in questa direzione forzatamente doveva avere un atteggiamento di simpatia per la sinistra che rappresentava in qualche modo il cambiamento, non per l’estrema sinistra, parlo di una sinistra light, non parlo né del partito comunista di allora che pure stava alla crescente debolezza della voce dei giornali. La mia opinione è che noi dobbiamo continuare a raccontare le cose così come le percepiamo, senza cedere alla delusione, perché la scoperta e il racconto di tanti scandali dalla Lockheed a Mani Pulite, a tutte le storie che trovate sui giornali oggi, si è dimostrata sostanzialmente inutile, credo che il nostro mestiere imponga di farlo, c’è solo da sperare che continuando a farlo cresca la sensibilità nell’opinione pubblica. Naturalmente questo dipende anche molto dal modo in cui noi facciamo le cose.
Angelo Perrino
Stefano Trasatti ieri ha ragionato intorno ai “gattini”, cioè gli emuli di Fabrizio Gatti, che come ricorderete ha lanciato questo giornalismo del travestimento, lui diventava un extracomunitario, entrava nei Cpt famigerati, raccontava poi quello che vedeva dentro, ma da lì poi sono nati degli emuli che sono andati sugli aerei col coltellino, ecc., fino al paradosso raccontato dal presidente dell’associazione lombarda dei giornalisti, di un caporedattore che ha detto al suo giornalista di travestirsi da truffatore, inseguire le vecchine alla posta, portagli via un po’ di soldi… Questo che segno è, d’imbarbarimento, di voglia dell’effetto speciale, sensazionalismo, cos’è? Ai nostri tempi le inchieste le facevamo in un modo diverso, no?
Giulio Anselmi
Significa fare le iene, nel senso dello spettacolo televisivo, è la dominanza della televisione sulla carta stampata, è la nostra subordinazione culturale rispetto alla televisione, io credo che sia questo.
Angelo Perrino
Tu l’avresti mandato un tuo redattore travestito a simulare delle situazioni?
Lamberto Sechi
Mai fatto! Lo possono dire quelli che hanno lavorato con me. No, questo no, per carità, e perché? Ci sono tante cose delle quali occuparsi. Questo è un paese straordinario che ha delle intelligenze incredibili, che ha delle capacità sociali straordinarie, perché non aiutare chi le vive a farle sapere?
Angelo Perrino
E la professionalità dei giornalisti? Quale formazione oggi? Giulio, tu che sei operativo, i giornalisti di oggi sono migliori o peggiori di quando tu eri trentenne?
Giulio Anselmi
E’ proprio difficile dirlo nel senso io sono convinto che dietro la parola formazione si nascondano tante truffe e in linea di principio penso che quei corsi di giornalismo pubblicizzati sui giornali spesso sono tenuti da giornalisti infimi: corsi di giornalismo universitari o degli ordini, bisogna distinguere. Molto spesso la facoltà di giornalismo non serve assolutamente a niente e preferibile sono viceversa lauree in filosofia, in giurisprudenza, in scienze politiche. Questo è un mestiere e non lo dico per cantare le lodi dello sfruttamento, è un mestiere dove l’aspetto artigianale è molto importante.
Angelo Perrino
Mi ricordo che Lamberto diceva che il nostro è un mestiere da orologiai svizzeri, è proprio una questione di precisione, un lavoro che si fa col microscopio…
Giulio Anselmi
Lamberto fu uno dei primi a capire l’importanza dell’economia come dominante della politica e a far uscire fuori dei giornalisti economici che raccontassero l’economia con i fatti, quindi facendo venir voglia di leggere; prima i giornalisti di economia sapevano a malapena mettere insieme le borse e tirar giù qualche comunicato stampa che arrivava dagli uffici stampa delle aziende, non sapevano fare di più. Oggi i giornalisti economici sono anche un po’ ladri, però sanno raccontare quello che succede nel mondo dell’economia, la capiscono, sanno leggere i bilanci, poi come tutti gli aspetti del giornalismo, l’adesione al potere relativo comporta vicinanze eccessive e comportamenti non perfettamente coerenti, però è un tipo di racconto importante e allora tutte queste cose è necessario impararle e i giornalisti di oggi normalmente hanno un bagaglio culturale superiore a quello che avevamo noi. Spesso hanno un’umiltà inferiore però è troppo frequente che oggi i pezzi vengano fatti solo guardando le agenzie o solo guardando il telegiornale, come se fosse anche quello il lungo filo rosso che domina la nostra vita. Ai giovani l’unica cosa che io mi sento di consigliare è una buona dose di umiltà, poi certo ci sono alcuni elementi di cultura di base oggi più diffusi e questo è un aspetto buono.
Angelo Perrino
La multimedialità come opportunità ma anche come rischio. Il giornalista che deve imparare molti linguaggi nuovi, internet, gli sms, il video, la radio, il pezzo scritto, quindi multicanalità, multimedialità e questo da una parte è un’opportunità, ma qualcuno ha anche lamentato il rischio che si possa perdere la concentrazione, perdere l’approfondimento, lo spessore, diventare un po’ ripetitori terminali di processi più tecnici che di ricerca della verità. Qual è la vostra idea? Internet è il futuro?
Lamberto Sechi
Su questo non mi sono posto il problema. Tutto quello che serve per far capire di più alla gente quello che sta succedendo, per me va bene. Se tutto questo è visto in una certa maniera diciamo pure pedagogica, perché è giusto si dia qualche piccolo insegnamento a chi non sa le cose, è giusto che le sappia, senza montare in cattedra, perché no?
Giulio Anselmi
Quando parliamo di multimedialità dobbiamo assolutamente dire che ci stiamo immersi dentro, quindi non si può prescindere dalla multimedialità. Tutti i giornali oggi hanno un sito internet. Si è cominciato a fare della multimedialità quando si è cominciato ad usare la fotografia in un certo modo. Oggi internet per esempio è indispensabile perché è un elemento che ritrasmette e declina in modo diverso le informazioni che il giornale dà sulla carta. Sappiamo benissimo che ci sono giornali che oggi privilegiano internet rispetto alla versione cartacea. Credo che anche qui la retorica sia inutile, cioè internet non è la soluzione di tutti i problemi dell’informazione, internet è un’informazione democratica, nel senso che consente a tutti quanti di entrare, uscire, essere fonti d’informazione, dire la propria però internet è anche molto pericolosa, perché per quanto male noi lo facciamo il ruolo di mediatori che svolgiamo sui giornali in qualche modo rappresenta una garanzia, che quell’informazione è un po’ verificata e se non sempre sarà applicata bene la regola “fatti separati dalle opinioni” però in qualche modo qualcuno ci mette la faccia, ci mette la firma. Internet è una realtà dove a fronte di siti che in qualche modo garantiscono questo, è anche pieno di siti anonimi, confusi, che sono l’equivalente vero delle lettere anonime di una volta; quindi multimedialità è working progress, è certamente un elemento di ricchezza, è certamente un elemento di democrazia, ma non di garanzia della corretta informazione.
Franco Bomprezzi
Quando su Affari Italiani scriviamo delle cose un po’ come dire, forti, la reazione di una parte dei lettori o dei navigatori è violenta, è arrogante anche, però uno si deve assestare su questo nuovo linguaggio. È una trasformazione molto violenta in cui per esempio l’informazione sociale della quale noi ci siamo occupati e ci stiamo interrogando in questi giorni rischia di apparire comunque difficilissima da raccontare in termini di obiettività, di fatti separati dalle opinioni. Oggi riusciamo a emozionarci al punto di cambiare i nostri convincimenti perché sono i giornalisti a portarci a ragionare su questo? O non piuttosto siamo anche come giornalisti a rimorchio di una società che sembra indicarci un’agenda diversa da quella che vorremmo?
Giulio Anselmi
Io temo che il livello di guardia si sia molto alzato dai tempi dello scandalo Lockheed a Mani Pulite ad oggi. Fenomeni come il grilliamo o il successo del libro “La casta”, che stanno nella stessa direzione, dimostrano che il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti del mondo politico è tale che noi rischiamo di dovere tirare fuori delle vere e proprie bombe per scuotere la disistima e l’indifferenza delle persone. Io dico sempre ai miei giornalisti di oggi di cercare di evitare come pericolo massimo quello di apparire i guardaportone del palazzo. Se noi ci troviamo tra 2 rischi, quello di essere un tantino eccessivi oppure quello di apparire troppo adesivi al potere, meglio essere un tantino eccessivi, perché la gente non ci perdonerà mai di apparire dei camerieri del Palazzo, c’è già un pregiudizio in questo senso largamente fondato che però ha una storia nei nostri confronti, quindi casomai meglio un pochino eccessivi. Inoltre, non essere prevedibili e banali sempre.
Marco Vacca
Internet può essere un grande approfondimento e questo mi sembra che nella testa dei direttori dei giornali italiani non è ancora entrato, c’è il grande padrone del New York Times il quale ha detto che probabilmente nel 2014 non stamperanno più il giornale, ciononostante hanno già unificato la redazione virtuale e la redazione cartacea perché vedono il futuro. Il The Guardian ha fatto lo stesso ragionamento qualche anno fa. Chi è il nostro referente? I 4 milioni di persone che ci leggono su internet o le 200mila persone che comprano la carta?
Giulio Anselmi
Io credo che non ci sia un atteggiamento come dire di comprensione culturale del fenomeno internet in generale nei giornali, certamente non c’è nei giornali italiani. I giornali italiani considerano internet un’edizione per ora minore nella quale sono entrati un po’ con la logica con la quale anni fa entravano nelle televisioni, facendolo male, cacciando via un sacco di soldi costretti poi ad uscirne cedendole tutte sostanzialmente a Berlusconi insomma, salvo minime realtà. Questo un po’ dipende dalla lentezza culturale del nostro paese nei confronti dei nuovi media in generale, di internet in particolare, dalla inadeguatezza dei giornalisti. Noi abbiamo un giornale on line, come quasi tutti i principali giornali italiani, ma non nego che non è la mia priorità insomma, non è il mio primo interesse, forse perché io sono un giornalista di 62 anni e continuo a ragionare in termini cartacei. Secondo me questo dipende anche dal fatto che i nostri giornali hanno una cultura media abbastanza vecchia insomma, vuoi perché gli editori sono disposti a investire soltanto quando un’operazione è un vero business ossia le cose si fanno solo quando la pubblicità le paga e per ora la pubblicità internet non lo paga…
Gregorio: Riguardo alla polemica seguita alla trasmissione dell’altra sera, a me sembra molto limitativo che i commenti della stampa in generale si siano basati quasi tutti sulla polemica fra i giudici intervistati e il ministro Mastella. Ora riguardando a monte i fatti e separarli dalle opinioni, ci sono stati dei fatti durante la trasmissione assolutamente trascurati dai commenti. Volevo chiedere appunto come mai la stampa in questo caso, già da due giorni, continua a battere il tasto a Mastella contro i giudici, ecc.
Angelo Perrino
Devo dire che mi sembra che stiano contestando alla stampa di non raccontare bene quello che è successo da Santoro, perché non ha molto senso, quella è una trasmissione, chi l’ha vista bene, chi non l’ha vista non può commentare e giudicare.
Giulio Anselmi
Molto spesso si prendono delle posizioni, si danno per sapute delle cose che non necessariamente si sanno. Allora applicando la lezione di Panorama e di Lamberto Sechi, avremmo dovuto fare un bel riquadrato per spiegare bene che cosa era successo, in modo che i lettori potessero capire esattamente di che cosa parlavamo. Noi davamo per risaputa una cosa che non era obbligatorio lo fosse, violazione, mea culpa, della lezione di Panorama, dove ogni volta bisognava ricordare per esempio l’età delle persone. Quindi elemento di superficialità. Resta però il fatto che la cosa che contava, il tono generale di quella serata non era un’inchiesta, perché anche in quella direzione Santoro ha pilotato tutta la trasmissione, il senso della trasmissione non era un’inchiesta sulla mafia, ma era lo scontro tra la politica e la magistratura, scontro dove mi sento tranquillamente di dire che la magistratura sta cercando, almeno nel caso specifico della Forleo, e credo anche di De Magistris, di fare chiarezza malgrado le difficoltà che la politica frappone; in questo senso è giusto che l’informazione nel raccontare le cose, tenga conto del problema della magistratura che ha nell’operare e per operare. Detto questo è opportuno che i magistrati stiano molto attenti in tempi di Grillo a non diventare degli altri grilli anche loro, perché i magistrati rendono giustizia attraverso i loro atti. Se diventano anche loro dei demagoghi televisivi, nessuno capisce più niente.
Intervento: Credo che questa professione stia diventando purtroppo sempre più elitaria rispetto appunto ai luoghi in cui i giovani vengono formati, ai costi che vanno sostenuti, al fatto che le scuole nel giro di poco raddoppiano le loro rette, anche le scuole pubbliche di giornalismo e questo fra qualche tempo, se non già diciamo negli anni presenti, significa rendere un mestiere sempre più inaccessibile. Aproposito della pedagogia e di quello che diceva sia ANSELMI che Sechi, io sinceramente ascoltando le loro parole ho un po’ di rammarico, perché nelle mie esperienze di stages nelle redazioni non ho avuto in molti casi questo tipo di fortuna o di vantaggio, cioè di trovare dei maestri che insegnassero, ma soprattutto mi facessero appassionare davvero al mestiere quindi facessero scoprire il valore dell’umiltà lavorando e lavorando sodo. Quello che ho sperimentato è la gerontocrazia, il più giovane ha 40 anni, scarse le opportunità date a chi ha meno di 40 anni…
Giulio Anselmi
In quanto al discorso delle pigrizie, delle incapacità, naturalmente io mi riferivo a quelli che fanno il mio mestiere e che spesso hanno un’età media piuttosto alta, perché come tutti coloro che hanno il potere, noi saremmo sospinti fuori solo da qualcuno che sarà capace di sospingerci fuori, perché quasi nessuno lascia il potere spontaneamente. Io sono assolutamente consapevole che sarebbe molto migliore una società nella quale io fossi già in panchina ai giardinetti e al mio posto ci fosse un giornalista di 45 anni che facesse benissimo il mio lavoro. Quando arriverà io gli cederò volentieri il posto se sarà più bravo di me e in ogni caso se sarà più bravo di me, ci sarà qualcuno che gli darà il mio posto. La nostra è una società gerontocratica per egoismo di noi adulti ed anziani e per incapacità di voi giovani, le due cose stanno perfettamente insieme. Volendo rendermi impopolare, devo dire ai giovani che a fronte del nostro evidente egoismo, corrisponde una loro altrettanto evidente scarsa determinazione. I giovani non trovano spesso persone che abbiano la generosità d’insegnare loro come magari sarebbe loro dovere, ma si rifugiano nell’atteggiamento passivo di chi aspetta. Sono due atteggiamenti specularmene pessimi.
Intervento: Io volevo contestare il direttore della stampa, perché la verità è che non riusciamo a spingervi via. La verità è che i giornali non premiano la qualità e pagano pochissimo i nuovi giornalisti.
Angelo Perrino
Il peggio si può migliorare con un buon giornalismo. Torniamo ai fatti e separiamoli dalle opinioni, non solo per un dovere di onestà verso i lettori, ma anche come metodologia di lavoro, perché è proprio la ricerca del fatto che determina una disciplina, un rigore professionale, sicchè questa religione del fatto diventa elemento costitutivo strutturale del patto con i lettori, è il sale della delega che il lettore ci dà, ma anche del patto con gli editori e lo strumento per difendere la nostra autonomia. Quindi si può migliorare il peggio, i giornalisti possono dare il loro contributo attraverso del buon giornalismo che è fatto di umiltà come ci hanno spiegato questi 2 grandi maestri ed anche di rispetto e ricerca dei fatti.



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