Antonelli: "Il nuovo Wired guarda il presente e la vita che viviamo. Senza target"
![]() Carlo Antonelli |
Direttore, come cambia e cambierà Wired Italia?
“Innanzitutto non si tratta di un rebranding. Siamo in una fase di assoluta continuità, che è contemporaneamente più adulta e più giocosa. Vogliamo ripensare la questione del futuro, che irrorava troppo le edizioni precedenti. Il futuro è forse la cosa meno interessante che possiamo immaginare e comunque è un esercizio inutile. Cercare di realizzare il presente in tutte le sue sfaccettature è compito già difficilissimo. Basta fare un’interpretazione del presente che non tenga conto delle categorie del secolo precedente per costruire una rivista completamente nuova. Le riviste e i siti sono malati di ‘900: basta pensare che troviamo ancora delle rubriche che si chiamano dischi, libri, cinema..."
Ma il tiro si è allargato? Sfogliando il magazine è evidente che non parlate più solo ai geek…
“Abbiamo fatto un’operazione simile a quella che stanno già facendo da molto tempo il Wired americano e inglese. Quello che abbiamo cercato di fare è di riportare l’asse del giornale sul suo centro: un’esplorazione dell’innovazione tout court. Certamente, fin dalla nascita, Wired Italia ha fatto un eccellente lavoro di alfabetizzazione rispetto alla questione innovazione in Italia. Questa fase andava per forza allargata, perché, pur avendo una fiducia estrema in un popolo di naviganti ed inventori, pensare di tenere quella linea ancora per anni e anni restava molto difficile".
Cosa indica per lei il termine innovazione?
“L’equazione tra innovazione e tecnologia è secondo me troppo riduttiva. In questo momento l’innovazione più forte è nel modo in cui la società, le relazioni, l’affettività sono permeate di tecnologia e come le nostre vite ne vengono modificate. E’ evidente in questi giorni: basta pensare alla presenza massiccia presenza del blackberry tra i riots londinesi e ad altri fatti di cronaca, come le intercettazioni, ma anche alla criminolgia e alla medicina. Ho voluto irrorare di vita il giornale, che poteva rischiare di diventare un bollettino per la comunità geek, la quale tra l’altro per prima si è già spostata sui mezzi digitali. Infatti, il sito wired.it, che va molto bene, da tempo ha affrontano sia un allargamento dei contenuti , sia un tono più rilassato, più divertito, vicino a come viviamo. Mi sono reso conto la prima volta che mi è stato offerto questo ruolo che mi trovavo davanti non a una rivista di nicchia, ma a una rivista che potenzialmente poteva parlare di ciò che interessa a tutti. Non ci stiamo occupando di una materia ristretta".
Tutto questo si è tradotto nel coinvolgimento di firme molto diversificate, da JJ Abrams, il creatore di Lost a Odifreddi e a Cattelan, passando per Giannino, Rodotà e Zanardi…
"Questi sono gli innovatori in Italia: Maurizio Cattelan è l’artista che ha ridisegnato le regole del sistema dell’arte mondiale. Aggiornamento è la parola chiave senza tante menate. Era assurdo che Wired non avesse uno spazio fisso sul diritto, un campo esplosivo se si pensa a quello che succede all’inizio e alla fine della vita e in che modo la legge può arrivare a regolarlo, dai dibattiti sulla fecondazione allo studio di nuovi diritti del cittadino, di cui Stefano Rodotà è espertissimo. Così, Oscar Giannino, una figura che spicca per eccentricità estetica e di pensiero ha la capacità di scombinare le classiche categorie italiane di destra e sinistra, con originalità. Un pensiero utile come quello di Alex Zanardi, un uomo perfettamente wired, che dimostra quanto la menomazione possa trasformarsi in due più".
Dell’esperienza di Rolling Stone cosa ha portato o vuole portare su Wired?
“L’esperienza principale è un esperimento riuscito su Rolling Stone: cercare di confezionare un punto di energia molto forte e originale che crei attrazione naturale nei confronti di consumatore curiosi. Senza target”.
La colonna sonora giusta per leggere il nuovo Wired?
“Del vecchio jazz anni ‘40. Una colonna sonora da film noir, molto adatta al primo numero in edicola dedicato ai Misteri”.
Tornando al prodotto, che progetti ci sono per il futuro?
“Quello di pensare non ad una rivista, ma ad un sistema che ruota attorno ad un marchio e ad una serie di valori. Wired è un brand, che è anche un organismo dotato di una personalità, di un tono di voce, di una forma di humour, di una capacità di relazione a tutto campo nei confronti del mondo esterno. Insomma, ha numerose propaggini che diventano a loro volta delle fonti di reddito. Il giornale di carta è solo una. Un’altra è il sito, che corrisponde al 30% del carico pubblicitario. Il sistema Wired deve evidentemente allargarsi: per esempio con conferenze per professionisti a pagamento. In inghilterra stanno addirittura pensando di diventare un’agenzia di consulenza per le aziende, in grado di costruire applicazioni e dare consigli”.
Puntare sul brand quindi. Prevedete una campagna pubblicitaria nei prossimi mesi?
“Una volta definiti i confini di questo organismo. E non è detto che si svolgerà sui mezzi tradizionali. Ci dobbiamo concentrare su un modo nuovo: è curioso che un’industria come quella editoriale lasci che il proprio prodotto sia scaraventato in una sorta di bazar, come lo sono le edicole italiane. Un sovraffollamento che genera molta invisibilità”.
Lei quanto è tecnologico?
“Il giusto. Non amo i giocattoli. Uso iPhone, Mac e Ipad"
Riccardo Luna usava molto i social network per comunicare con i lettori. L'account twitter @riccardowired è ancora attivo. Lei è su Twitter e su Facebook?
"No, si tratta di una differenza tra professionisti. Io ho iniziato ad occuparmi di giornali otto anni fa, dopo aver diretto per molti anni una casa discografica. Mi considero un manager e quindi mi sto occupando del prodotto Wired: ciò non significa che abbia qualcosa da dire, che senta la necessità di comunicare ogni minuto, che mi debbo occupare di diventare oltre che un manager e un giornalista, anche un guru dell’innovazione in Italia".
Cosa leggeremo su Wired di Settembre?
"Sarà un numero interamente dedicato all’educazione e alla scuola: in tutto 100 pagine firmate dalle rockstar del settore come Renzo Piano, Edoardo Nesi, Irene Tinagli, Bill Gates e Larry Page. Inoltre lanceremo un’iniziativa rivolta alle scuole italiane, che si chiamerà The Wired Hour, iniziativa di Wired Italia e dell’agenzia D’Adda Lorenzini Vigorelli. Il primo step sarà a settembre con The Wired Exchange: una provocazione con cui il primo giorno di scuola chiederemo agli studenti milanesi di scambiare un libro di testo con Wired e a partire dal 2012 diventerà un’ora dedicata all’innovazione, messa a disposizione delle scuole e che trasmetteremo dal vivo dal sito. Questo perché dobbiamo coltivare i giovani lettori: non si può parlare di una rivista di nativi digitali e poi non parlare a loro. Dobbiamo costruire la comunità di utenti che seguirà Wired per i prossimi dieci anni".
Il creativo che vorrebbe su uno dei prossimi numeri?
"Una coppia: Rem Koolhaas e Miuccia Prada".
Il libro da leggere per una visione a 360 gradi sul nostro mondo, non solo tecnologico?
"Lo psicanalista italiano Massimo Recalcati, autore di - Cosa resta del padre? La paternità nell'epoca ipermodernala -, la formazione di un’altra adultità è necessaria ai geek, nel senso che è evidente che il ritorno a una responsabilità adulta è lo scatto che tutte le generazoni sotto ai 40 anni devono fare per differenziarsi rispetto a padri e ai nonni, che si sono rivelati completamente irresponsabili."
Nell’era delle news real time, secondo lei le slow news, i giornali da leggere sul divano, hanno vita lunga?
"Bisogna evitare previsioni frettolose, come quelle di questi ultimi anni che hanno dato la carta per spacciata, così come doveva essere la musica. E' necessaria una revisione di pensiero: siamo dentro un ambiente biologico, nel quale tutto convive e tutto si trasforma. Non ci saranno scomparse definitive di mezzi, ma una condivisione. I magazine mensili e settimanali possono avere lunga vita se eliminano qualunque pretesa di occuparsi di informazione, lasciata alla velocità del digitale. In secondo luogo, bisogna concentrarsi sul racconto di storie: lo story-telling e sulla potenza e il piacere dell’immagine di grande qualità su carta".
di Maria Teresa Melodia



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