Google-Cina/ La partita non è ancora chiusa, il motore di ricerca opera con le stesse logiche di Pechino
La telenovela digitale che vede contrapposta Google al governo cinese è lungi dall'essere finita, parola.
Lo scorso gennaio Google ha annunciato la sua volontà di dismettere gli algoritmi di censura sui risultati del motore di ricerca imposti dalle autorità cinesi anche come forma di protesta in seguito a una ondata di attacchi hacker apparentemente riconducibile al governo cinese. Da qui la volontà lo scorso 23 marzo di spostare tutte le attività del motore di ricerca Google.cn sul gemello di Hong Kong Google.com.hk, una mossa totalmente inutile secondo il sottoscritto poiché le autorità cinesi potrebbero sempre decidere di allargare il blocco anche a quest'ultimo, con un semplice click. Peraltro, proprio ieri google.com.hk ha subito un temporaneo blackout su tutto il territorio cinese, in queste ore si sta cercando di capire se esso sia stato un "segnale" del governo cinese oppure un mero incidente tecnico. Nel frattempo fioccano le speculazioni.
La questione Google - governo cinese è interessante perché vede contrapposti concetti come l'etica e la logica del mercato che a meno che non si stia parlando di una cooperativa sociale, hanno storicamente sempre finito per fare a pugni, il primo sistematicamente soccombendo al secondo. Analizziamoli.
Dal punto di vista etico Google accusa il governo cinese di tentativi di hackeraggio ai suoi danni e di imporre un regime di censura alle sue attività. Apparentemente Google potrebbe quindi avere tutti i diritti di lamentarsi ma se riflettiamo a mente fredda la realtà, potremmo dedurne fatti interessanti.
Di che cosa trattiamo quando parliamo di hackeraggio? Parliamo di raccolta illecita di dati a fini non bene precisati. E cosa è la censura se non l'esercizio del potere per mediare arbitrariamente la distribuzione dell'informazione? Cose che indubbiamente tanto il governo cinese quanto Google fanno su base giornaliera, il primo a fini politici e il secondo a fini economici.
Google infatti raccoglie informazioni, non hackerando e in maniera platelamente illecita ma "consigliandovi" per esempio, di fare attività di browsing magari avendo installata la Google toolbar che vi viene subdolamente installata nel browser perché viene inserita come opzione di installazione quando scaricate e installate milioni di programmi realizzati da terze parti. Da quel momento in poi Google viene a conoscenza delle vostre attività di navigazione accompagnando tale attività con lo slogan "share and contribute to web pages with Toolbar". Alla faccia della faccia tosta.
Di cosa se ne faccia Google delle informazioni raccolte è mistero. "Analisi statistiche" è la risposta molto trasparente che Google dà quando interrogata in merito.
E cosa fa Google quando unilateralmente decide di cambiare gli algoritmi di indicizzazione che portano alla composizione dei risultati della pagina delle ricerche alterando l'ordine o facendo scomparire del tutto alcuni risultati? Fa censura arbitraria, come attestano le cause promosse in tribunale da alcune aziende che sarebbero state penalizzate da tale attività, ne abbiamo già parlato in un precedente articolo.
Dal mio punto di vista, spremuta l'arancia di Google e il limone cinese ne risulta la stessa bevanda acida.
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Perlatro è interessante notare la crescita stellare del prezzo delle azioni di Baidu, da giorno in cui Google ha deciso di fare le valige le sue azioni sono passate da 420$ a più di 600$.
Baidu non fa solo le stesse cose di Google, le fa anche meglio. I suoi algoritmi nascono direttamente per il linguaggio cinese, che funziona come sapete in maniera totalmente diversa dai linguaggi occidentali. Ne risulta una migliore capacità di indicizzazione e una maggiore velocità di servizio.
Così, se in occidente Google media il commercio e ricava denaro, in Cina questa torta zuccheratissima se la spartiscono Baidu e Alibaba, le pagine gialle del commercio cinese per intenderci.
E' per questo che, se da un lato possiamo dire che sino ad ora Google ha giocato una pessima partita a scacchi con il governo cinese, essa è lungi dall'essere finita, gli interessi economici in gioco sono enormi, il mercato cinese fa gola a tutti. Bisogna però anche essere consapevoli che il governo cinese gioca da una posizione tale che gli consente, qualora la partita dovesse portare Google a dare scacco matto, di poter tirare fuori altri tre Re e di posizionarli a suo piacimento sulla scacchiera, in barba a tutte le regole.
Quella della censura governativa è comunque una pratica destinata a soccombere, i cinesi usano già dei proxy web che consentono loro di navigare interpellando Google.com. Internet non ha territorio e l'equivalente digitale della muraglia cinese è una pia illusione. Di questo le autorità cinesi ne sono ben consapevoli, la partita che loro stanno giocando perciò non è strategica bensì tattica, in barba a Sun Tzu. Una battaglia tattica comunque inutile perché la battaglia di Google è invece strategica e la sta facendo per suo conto e in maniera naturale, la diffusione di internet sul territorio cinese. Per la prima volta nella storia quindi Sun Tzu non sta coi cinesi e Google non ha nessuna intenzione di andarsene.
R.P.



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