Giornali, la farsa del taglio dei contributi pubblici/ Nel 2012 all'editoria 120 milioni di soldi statali, poco meno dell'anno scorso
Fermi tutti, abbiamo scherzato. Finisce in farsa la questione dei tagli dei contributi pubblici all'editoria, quelli con cui lo Stato sperpera da decenni soldi dei contribuenti per sovvenzionare giornali letti da pochi intimi. Come riporta Italia Oggi, ai 53,5 milioni di euro previsti per il 2012 si aggiungeranno in realtà anche 50-60 milioni provenienti dal fondo Letta per la copertura delle emergenze e altri 15 milioni raggranellati attraverso vari tagli previsti dal governo: in totale, fanno poco più di 120 milioni di euro, un livello non lontano dai 170 milioni del 2011 e dai 150 milioni del 2010.
Unica consolazione: con l'entrata in vigore del regolamento Bonaiuti, i parametri per l'assegnazione dei fondi si basano ora su vendite reali e occupazione a tempo indeterminato nelle redazioni, con lo scopo di evitare le truffe di contributi destinati a testate esistenti solo sulla carta; peccato che da questa "scrematura" siano esentati i giornali di partito, che quindi continueranno a ricevere soldi pubblici anche se li leggerà solo chi li realizza. E non si parla di briciole: a l'Unità, nel 2009, sono andati 6,5 milioni, alla Padania quattro milioni, a Europa 3,5 milioni, a Liberazione 3,3 milioni (che non sono bastati evidentemente a evitarne la recente chiusura) e al Secolo d'Italia quasi 3 milioni. In totale, le testate di partito si sono divorate quell'anno ben 28 milioni.
Insomma, mentre il governo Monti chiede sacrifici agli italiani, lo Stato continua a sacrificare soldi degli italiani per sostenere giornali più o meno vicini al potere. Anche se restano diverse situazioni a rischio: mentre a Liberazione si valuta ancora la possibilità di riprendere le pubblicazioni sul web, in bilico è ora il Manifesto, mentre sono ancora bloccati - in attesa di un pronunciamento del tribunale - i fondi 2010 per il Foglio, Libero e il Riformista. Sotto esame per questi ultimi due, in particolare, l'assetto societario che farebbe capo, in quel periodo, allo stesso gruppo, quello della famiglia Angelucci, che avrebbe così ottenuto un doppio finanziamento.


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