Fuga dal Corsera/ La giornalista Gabriela Jacomella si dimette dal quotidiano: "Prima che nove anni di 'chiusure' del giornale a mezzanotte mi facessero dimenticare definitivamente che cosa fosse la vita"

Martedì, 5 luglio 2011 - 20:10:00

Gabriela Jacomella
Gabriela Jacomella
Fuga dal Corriere della Sera, dalla routine del lavoro di redazione. Una fuga senza rete, quella di Gabriela Jacomella, giornalista che ha deciso di rinunciare al suo contratto a tempo indeterminato in via Solferino. Un sogno, per molti giovani che oggi ancora ambiscono al "posto fisso" e a una carriera nel mondo del giornalismo. Un settore che da anni vede dilagare il fenomeno del precariato con poche (se non nulle) prospettive "concrete" di lavoro, fra testate che chiudono e altre che non sanno cosa inventarsi per tagliare costi e personale.

Questo, sicuramente, Gabriela lo sa. Nondimeno, ha scelto di dire basta. A 34 anni ha deciso di dimettersi dal giornale in cui era entrata nove anni fa come stagista. E di cambiare vita, pur senza avere un'alternativa in tasca: "Non ho un nuovo lavoro, non sono ricca di famiglia, non mi sto per sposare il Principe Azzurro", scrive sul blog "La ventisettesima ora" sul sito del quotidiano per il quale lavorava fino a pochi giorni fa. Che così, dopo una lunga stagione di prepensionamenti e tagli redazionali, si ritrova a fare a meno di una giornalista che volontariamente lascia la corte di de Bortoli.

Forum/ La giornalista del Corsera Gabriela Jacomella dice addio al posto fisso e cambia vita: che cosa ne pensi?
Dopo nove anni di ore e ore passate al telefono, a realizzare reportage, a scrivere davanti a un pc, a impaginare e rigirare pezzi, Jacomella ha deciso di dare un taglio netto questa vita, "prima che nove anni di 'chiusure' del giornale a mezzanotte - scrive ancora - mi facessero dimenticare definitivamente che cosa fosse la vita, quella 'là fuori', quella che non passa attraverso lo schermo di un computer, quella che ti costringe a reinventarti ogni mattina e che fa uscire fuori – almeno spero – la parte migliore di te".

Insomma, meglio uscire dal tunnel prima che sia troppo tardi. Anche se il futuro si prospetta incerto. "A volte mi capiterà di maledirmi per le scelte che ho fatto, e di rimpiangere il tempo in cui lo stipendio arrivava tranquillo in banca a fine mese e c’era sempre qualcuno pronto a dirmi cosa avrei dovuto fare, senza che mi toccasse spremermi le meningi e ricominciare daccapo ogni giorno", conclude la giornalista nel suo intervento sul blog. "Ma non è questo, in fondo, il sapore della libertà?"

E nel forum aperto da Affari (vedi box) si accende il dibattito: c'è chi considera Gabriela una pazza, chi invece la applaude e ammira la sua decisione, defiendola "coraggiosa". Ma anche chi, come Alessandro, commenta amaro: "Sembra scesa da Marte per la gran parte della gente di questo Paese, eppure ha fatto una scelta normale, quella che fanno milioni di persone in tanti posti nel mondo.Ma in Italia non lo è, perchè qualcuno a livello sistemico ha raccontato che nella vita lavorativa dobbiamo essere stabili e fissi per crearci una famiglia". Partecipa anche tu alla discussione.

Ecco l'intervento integrale di Gabriela Jacomella sul blog "La ventisettesima ora" del Corriere della Sera.

Il 1° luglio 2011 è un giorno che passerà alla storia. La mia, ovviamente. Perché è stato il primo giorno della mia nuova vita. Cerco di trovare le parole per dirlo – fa ancora effetto, un po’, persino a me stessa: mi sono dimessa dal Corriere della Sera. Dove ero arrivata da stagista venticinquenne nel luglio 2002, e dove ero stata assunta con un posto a tempo indeterminato.

Ho la sensazione che un post non basterà a riassumere quello che mi passa – e mi è passato, negli ultimi mesi – per la testa, ma l’idea è proprio questa: raccontare il qui e l’ora del mio cambiamento. Per le altre riflessioni, forse, ci vorrà del tempo.

Lasciare il lavoro dei miei sogni, ricominciare a vivere. Il progetto è, semplicemente, questo.
A questo punto siete liberi di fare due cose: decidere che sono soltanto una pazza arrogante, e investire più proficuamente il vostro tempo in altre letture. Oppure pensare che, forse, c’è del metodo in questa follia, e seguirmi nelle prossime righe.

Ci siete ancora? Bene. Per prima cosa, una confessione. Quando mi hanno proposto di scriverne per questo blog, ho esitato un istante. Perché è il mio esordio su questi spazi, e perché comunque è una sensazione strana, questo tentativo di raccontare a chi mi legge senza conoscermi – voi – i motivi e le emozioni legati alla mia scelta. Ho deciso di provarci per due motivi: ho visto l’interesse suscitato dal post di Benedetta Argentieri su questo tema, e mi sono detta che, forse, parlarne di più può servire sia a me, che (spero) a voi che mi state leggendo.

Non ho un nuovo lavoro, non sono ricca di famiglia, non mi sto per sposare con il Principe Azzurro. Il mio è un salto senza rete, o quasi.

Riparto dai risparmi messi da parte in questi nove anni, ma soprattutto dall’esperienza accumulata, dai contatti, dalle idee. E, ancora più fondamentali, la curiosità e l’entusiasmo. Quelle cose che, complice un carattere forse eccessivamente irrequieto, stavo rischiando di perdere per strada, lasciando che venissero soffocate dalla routine.
Ho scelto di andarmene prima che questo accadesse. E prima che nove anni di “chiusure” del giornale a mezzanotte mi facessero dimenticare definitivamente che cosa fosse la vita, quella “là fuori”, quella che non passa attraverso lo schermo di un computer, quella che ti costringe a reinventarti ogni mattina e che fa uscire fuori – almeno spero – la parte migliore di te.

Quella che ieri sera, primo giorno di “libertà”, mi ha fatto fermare sulla pista ciclabile di via Melchiorre Gioia e scattare una foto ai palazzi in costruzione che circondano casa mia. Uno scorcio banale, forse persino brutto, di una città in cui ho vissuto per tutti questi anni senza mai sentirla davvero mia, senza “viverla”. Ecco, ieri sera mentre pedalavo mi sono accorta che dietro la nuova sede della Regione spuntava una struttura che per un attimo mi è parsa la curva di un dirigibile, o un’astronave di passaggio, in attesa di decollare di nuovo verso un cielo blu cobalto. Mi sono chiesta da dove fosse spuntata: la risposta è che, probabilmente, è sempre stata lì. Soltanto che io, tornando di notte verso casa, per tutti questi anni di quell’angolo di città ho visto soltanto ombre nel buio.

E allora mi sono fermata a respirare l’odore del temporale e dell’acqua fresca che aveva appena scrollato su palazzi e marciapiedi incandescenti. Ho visto le foglie nuove, così chiare da sembrare fluorescenti, sui rami degli ailanti (altra scoperta: di notte, i toni di verde sembrano tutti uguali), il sole arancione che si tuffava tra le gru dei cantieri.

Ho finalmente pensato al Corriere e alla mia professione come una parte di me, importante ma non totalizzante, come quando si passa da un’ossessione a un amore adulto e più sereno, quello che “non lascia graffi sui seni” (De André, grande colonna sonora della mia vita e di questi ultimi tempi di decisioni ed eventi epocali). Ho capito, non in modo razionale ma istintivo, che è proprio grazie all’esperienza di questi anni che posso rimettermi in viaggio. Che sarà difficile, e che a volte mi capiterà di maledirmi per le scelte che ho fatto, e di rimpiangere il tempo in cui lo stipendio arrivava tranquillo in banca a fine mese e c’era sempre qualcuno pronto a dirmi cosa avrei dovuto fare, senza che mi toccasse spremermi le meningi e ricominciare daccapo ogni giorno.

Ma non è questo, in fondo, il sapore della libertà?

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