Frequenze tv, l'asta non è la soluzione
di Tommaso Pompei
manager ed esperto di tlc*
Nell’opinione pubblica è invalso il concetto che assegnare delle frequenze con il beauty contest possa significare unicamente regalarle a qualcuno. In realtà questa procedura può essere articolata in maniera tale da ottenere dei ritorni per la collettività per altra strada, per esempio imponendo a chi vince la gara di garantire determinati livelli di investimenti e occupazione.
D’altronde un’esperienza del genere in Italia è stata già fatta sul fronte della telefonia, dove ci sono state varie gare, alcune con asta e altre con beauty contest che prevedevano vincoli ben precisi. Basta citare quella vinta da Omnitel nel 1994, o quella che si è aggiudicata Wind nel 1998: in entrambi i casi si è trattato di beauty contest con condizioni su investimenti e occupazione. Per l’Umts, invece, nel 2000-2001 ci fu un’asta pura.
A favore di una soluzione che guardi con attenzione ad una via intermedia tra asta e beauty contest c’è anche, nel caso delle frequenze tv, la specificità del mercato televisivo italiano. Ci troviamo infatti in un duopolio in cui i due principali player controllano più dell’80% della pubblicità, che sappiamo essere la vera benzina di tutto il settore. Convincere qualcuno a entrare in questo mercato investendo dei soldi, ma sapendo che la pubblicità è già tutta in mano a qualcun altro, potrebbe essere molto difficile. In questo senso dunque un’asta potrebbe avere il doppio effetto negativo di non portare tanti soldi e soprattutto di non contribuire ad aprire il mercato e la concorrenza.
Ritengo che il ministro Corrado Passera sia la persona giusta, perché conosce bene la materia visto che era amministratore delegato di Olivetti quando nel 1994 ci fu la gara per Omnitel. L’importante è che il dibattito smetta di essere ideologico e si cominci ad affrontarlo senza preconcetti.
* ex amministratore delegato di Wind e Tiscali


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