Franco Abruzzo: "Il vero giornalista di oggi è sul web"

Venerdì, 31 luglio 2009 - 15:00:00

di Pierluca Danzi

franco abruzzo
Franco Abruzzo
Quando il primo marzo del 2001 Franco Abruzzo ha lasciato il Sole 24 Ore per andare in pensione era già pronto per il suo nuovo lavoro: docente a contratto di Storia del Giornalismo all'Università Statale di Milano-Bicocca. I fatti che accadono ogni giorno li analizza sempre alla luce degli articoli della Costituzione ed è fissato col rispetto delle regole e della deontologia professionale. Solo una volta, da giovane, lo fecero arrabbiare e arrivò alle mani. "Nelle redazioni ci sono sempre quelli che vogliono mettersi in mostra gettando fango sugli altri… Così lo afferrai alla gola…".

Nato a Cosenza nel 1939, mamma figlia di contadini e papà cassiere delle Poste, ha cominciato a collaborare con le redazioni calabresi de Il Tempo e il Giornale d'Italia ed è arrivato a Milano a 23 anni con la sua Fiat 600. Era il febbraio 1962 e sognava di scrivere sul Giorno.

Negli Anni '60 e '70 la città cresceva - pur tra tensioni sociali - e lui scriveva tantissimo dando fastidio un po' a tutti: al mafioso Luciano Liggio, al brigatista rosso Corrado Alunni e al banchiere mafioso Michele Sindona.
Scampato alle minacce di morte, nel 1980, al "Giorno", ha affrontato con successo un'altra sfida pericolosa ma avvincente: quella con il primo terminale per la videoscrittura. E anni dopo non si è fatto sconvolgere la vita neppure da Internet. Anzi, se ne serve alla grande: aggiorna di continuo il suo sito internet (www.francoabruzzo.it) e ha un database di 34mila nominativi che ricevono ogni giorno le sue newsletter in cui analizza il mondo dell'informazione. E di questi destinatari, almeno 4 mila sono diventati giornalisti professionisti grazie alle sue battaglie contro il lavoro nero nelle redazioni, da quando fu eletto presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia nel maggio 1989 (carica che ha retto per 18 anni, fino al giugno 2007).

Sul futuro della carta stampata ha la sua teoria, condivisa da molti. "I quotidiani continueranno a esistere, ma saranno prodotti di nicchia: ridurranno le vendite e il numero di giornalisti. Offriranno sempre più approfondimento e articoli scritti con cura, ma non potranno fare concorrenza ai quotidiani su Internet che hanno dimostrato di essere più veloci e capaci di offrire contenuti più ricchi, sia video che audio".

E' vero che avevi la mania dello "scoop", della notizia in esclusiva?
"Quando ho cominciato l'unico modo per farsi apprezzare e sperare nell'assunzione era portare al tuo giornale tante notizie in esclusiva. Però non mi sono mai inventato niente o cercato forzature… Invece c'era chi lo faceva. Una volta il "Corriere" uscì con la notizia che un'attrice aveva salvato un pesciolino rosso facendogli il massaggio cardiaco… Ma se i pesci manco ce l'hanno il cuore…. Allora quelle notizie preferivo non darle. Meglio impegnarsi nella ricerca di storie vere, umane, dai risvolti sociali".

Com'è che facesti arrabbiare il mafioso Luciano Liggio?
"Per quello che scrivevo su di lui. Così mi minacciò in aula durante il processo milanese alle cosche che avevano messo a segno due sequestri di persona in Lombardia e in Piemonte… Durante il processo mi  fu rubata la Giulia dal box".

Come sapevi che il boss c'entrava con il furto?
"Quando andai a Palazzo di giustizia, con Liggio in aula, mi urlarono dalla gabbia: "Abruzzo! Com'è andare in giro a piedi?! eh!". Mi gelarono il sangue".

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