Dal Sudamerica a Milano, i Robert Capa dell'era digitale

Mercoledì, 15 settembre 2010 - 16:22:00

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Professione fotoreporter
Arrivano dall'America Latina e dall'Est Europa per imparare la cultura dell'immagine in Italia. Moderni cantastorie che poi racconteranno i loro Paesi attraverso reportage fotografici. Ci sono tanti stranieri, oltre agli italiani, tra i novelli Henri Cartier-Bresson e Robert Capa dell'era digitale. Professione fotoreporter. Un trend "planetario" in  rapida evoluzione. A raccontare ad Affaritaliani.it come cambia questa professione è Denis Curti, direttore dell'agenzia fotografica Contrasto, sede di Milano, molto impegnata anche sul fronte della formazione. Ogni anno tra i 70 e gli 80 fotoreporter frequentano le due edizioni del "Corso di alta formazione in fotogiornalismo digitale"  (il prossimo inizia il 29 settembre) e del Master in Photography and Visual Design, in collaborazione con la Fondazione Forma per la Fotografia. Perché sono tante le figure professionali che si stanno sviluppando attorno all'immagine a 360°, aprendo nuove opportunità di lavoro: dal ricercatore iconografico al curatore di mostre, dal photo editor al consulente d'immagine. Se il mondo della parola scritta è appesantito e sovraffollato di giornalisti, insomma, quello della fotografia è in rapida evoluzione. 

Il fotogiornalista, free lance che parte alla volta del mondo con la fotocamera in spalla, rimane la figura più affascinante. Ma pure questa professione sta cambiando. Nuovi, innanzitutto, sono i committenti: non più solo il mondo dell'editoria, ma anche le aziende, le istituzioni e le organizzazioni non governative. "Sempre più spesso questi soggetti decidono di investire nell'immagine, in senso letterale. Vogliono raccontare la loro attività attraverso la fotografia. Prima capitava solo in casi eccezionali, quando ci si serviva di professionisti famosi per farsi pubblicità".

La cultura della fotografia si diffonde, ma il rischio, nell'epoca del click digitale e democratico, è la banalizzazione di questo linguaggio. I fotografi di oggi, però, combattono il proliferare di immagini nella Rete a colpi di talento, competenza e un pizzico di capacità manageriale. "Nella formazione curiamo molto l'aspetto progettuale nel suo complesso - spiega Curti -. Partendo da un'idea iniziale, un buon fotoreporter deve saperla articolare in un prodotto e scegliere come collocarlo sul mercato".

Rispetto ai fotografi vecchio stampo, oggi è richiesta innanzitutto velocità di pensiero nel cogliere la realtà e rapidità nel trasmetterla al mondo. "Se non si è in grado di immettere nel circuito della comunicazione le proprie immagini nel giro di 10-12 ore, si rischia di restare fermi al palo", spiega Curti. Bisogna poi stare al passo con la tecnologia, che si evolve molto più rapidamente di quanto non accadesse un tempo, e - last but non least - sono cambiate le competenze tecniche necessarie. "Prima bastava la specializzazione nelle immagini still, ferme, oggi bisogna saper realizzare anche quelle motion, ovvero i filmati, per i canali digitali o le web tv". Dopo il click, si andava in camera oscura. Oggi ci si mette al computer e si apre Photoshop o Final Cut. "E' la fase della post-produzione, a cui non sfuggono nemmeno i reporter di guerra. L'importante è che il fotoritocco sia intelligente e rispettoso della deontologia".

Cambiano i modi, cambiano i mezzi, ma quel che rimane immutato nei decenni è la chiave di un mestiere che non ha perso il suo fascino. Saper raccontare la realtà. Dal disastro del terremoto di Haiti, alle facce della nuova Milano (mostra Migrart per ATM), passando per le donne del Marocco (mostra Femmes per Cesvi) il fotoreporter è un cantastorie contemporaneo che esprime innanzitutto la sua visione del mondo.

Maria Carla Rota

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