Firma digitale, questa sconosciuta/ La legge la prevede, ma gli uffici del registro la rifiutano perché non sanno come verificarla. E l'avvocato De Grazia diffida l'Agenzia delle Entrate
Digitalizzazione, semplificazione, sburocratizzazione. Sono le parole d'ordine che ispirano (o dovrebbero ispirare) il nuovo corso dei rapporti fra Stato e cittadini. Parole, appunto: peccato che i fatti, in molti casi, non corrispondano agli intenti dichiarati. Succede così che una associazione di avvocati, nata proprio con l'obiettivo di creare sinergie nell'utilizzo degli strumenti informatici applicati alla professione, si veda negare la registrazione dell'atto costitutivo perché le firme digitali apposte sul documento non sarebbero verificabili. Insomma, servirebbe il solito, vecchio pezzo di carta con le firme apposte a penna, come un secolo fa. 
Luca-Maria de Grazia
A fare emergere la vicenda, che ha portato a una denuncia nei confronti dell'Agenzia delle Entrate, è l'avvocato Luca-Maria de Grazia, noto ai lettori di Affaritaliani per i suoi articoli su diritto, telecomunicazioni e nuove tecnologie. "Parto da una semplice premessa: si fa un gran parlare di risparmio di spesa, di evitare lo spreco della carta, di ammodernamento delle procedure. Ebbene, da tempo esistono in Italia gli strumenti giuridici per poter evitare l'utilizzazione della carta, almeno nei rapporti tra privati. Esiste la cosiddetta 'firma digitale', che è parificata alla sottoscrizione autografa, la marca temporale che serve a dare data certa ad un atto, opponibile ai terzi, e la posta elettronica certificata, per poter trasmettere gli atti formati digitalmente avendo la certezza della ricezione da parte dell'altro soggetto. Inoltre, per completezza, esiste da tempo la conservazione sostitutiva, il che vuol dire che questi atti possono essere conservati su supporti informatici, senza che sia necessario in alcun modo stamparli".
Questa, appunto, la teoria. I problemi sorgono quando si tenta di mettere in pratica questi principi. "Insieme ad altri colleghi - spiega de Grazia ad Affaritaliani - abbiamo deciso di dar vita ad una associazione senza scopo di lucro, denominata 'IusIt.net', al fine di creare sinergie tra i partecipanti all'associazione, con particolare riferimento, appunto, alle proposte pratiche relative al connubio diritto/informatica. Conseguentemente, abbiamo utilizzato strumenti di condivisione dei documenti sul web (cloud computing) per redigere l'atto costitutivo e lo Statuto, che è stato veramente scritto a sedici mani (tanti sono i soci fondatori), quindi una volta decisa la forma definitiva, abbiamo creato due documenti non modificabili (PDF) e ognuno ha apposto la propria 'firma digitale' all'atto, sottoscrivendo - come prevede la legge - il documento dopo la firma apposta dall'altro. Alla fine del giro il documento è tornato a me, e in data 21 aprile 2011 ho apposto la marca temporale, e quindi l'associazione si è giuridicamente costituita (era una cosa espressamente prevista dallo Statuto). Dopo di che abbiamo presentato una istanza motivata ed articolata a due uffici del registro, Roma e Frosinone, depositando l'originale su supporto informatico (ossia su cd-rom non riscrivibile)".
Tutto a posto, dunque? Niente affatto, perché - a quanto pare - per gli uffici del registro la firma digitale è un'amenità tecnologica sconosciuta: "Dopo qualche giorno abbiamo ricevuto risposte simili da ambedue gli uffici, i quali in sostanza hanno asserito di non poter procedere alla registrazione in quanto non sarebbero stati in possesso degli strumenti per poter verificare l'autenticità delle firme", prosegue l'avvocato, che non nasconde il suo stupore. E decide di passare al contrattacco: "Preso atto di queste risposte, ci siamo attivati, e grazie alla solerzia dell'onorevole Matteo Mecacci è stata presentata in commissione Giustizia una interrogazione sul motivo delle risposte dei due uffici delle entrate. Contestualmente sono state inviate ai medesimi uffici due formali diffide a 'compiere il proprio dovere', con un termine per adempiere, che allo stato hanno sortito solamente la richiesta di chiarimenti al ministero da parte dell'Ufficio delle Entrate di Roma. L'Ufficio delle Entrate di Frosinone si è mostrato meno formale e a giorni avrò un colloquio con il direttore".
Insomma, l'associazione di avvocati intende proseguire sulla sua strada per vedere riconosciuto il proprio diritto a utilizzare strumenti previsti dalla legge, ma non ancora recepiti - evidentemente - dalla burocrazia. "Siamo tutti assolutamente decisi a proseguire anche giudizialmente la nostra battaglia, proprio perché troviamo totalmente assurdo che ci si rifiuti di compiere un atto che è dovuto solamente perché al di fuori dei normali schemi di lavoro. Per fare un esempio, è come se le forze dell'ordine si rifiutassero di ricevere una denuncia perché... sono rimaste senza carta".
Tra l'altro la vicenda assume contorni kafkiani, in quanto, sottolinea ancora l'avvocato de Grazia, "la registrazione degli atti non è obbligatoria, anche se sarebbe comunque in futuro necessaria qualora l'associazione si volesse far accreditare presso strutture pubbliche. Non solo: in sostanza, stiamo chiedendo di poter pagare una tassa, quando l'atto è comunque giuridicamente perfetto, proprio perché sin dall'inizio avevamo previsto tutto, e quindi le firme digitali e la marca temporale assicurano la 'affidabilità e veridicità' dell'atto anche nei confronti dei terzi". Già, ora vallo a spiegare ai burocrati ancora annegati in maree di carta...



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