Bufera sui Caso, giornali in manette. Così muore l'editoria cartacea. Speciale
| Luigi Crespi (ex-socio de Il Clandestino) ad Affari: "Siamo stati vittime di una truffa" Pierluigi Diaco ad Affari: "Non mi hanno pagato l'ultimo mese e il Tfr. Mediocri e inaffidabili" |
TRA LE ACCUSE FATTURE FALSE E TRUFFA AGGRAVATA - Tra le accuse, abusivismo bancario per oltre 200 milioni di euro, 9 milioni di euro di fatture false, 80 milioni di euro di fittizi aumenti di capitale sociale,e bancarotta fraudolenta per Hopit Spa, Net.Tel. Spa, Editoriale Dieci Srl e Segem Spa: tentata truffa aggravata nei confronti della Regione Abruzzo per l'ottenimento illecito di fondi pubblici, falsita', calunnia aggravata e resistenza a pubblico ufficiale per il patron del gruppo, suo figlio ed altri collaboratori e professionisti.
L'UNITA' E DIECI - Al Gruppo Hopit - spiegano le Fiamme gialle - sono riconducibili societa' editrici facenti capo a Gaetano Caso: tra queste il giornale sportivo "Dieci", e la testata "Il Globo".
IL FALLIMENTO DE IL CLANDESTINO - Per Caso, l'arresto viene solo dopo una serie di fallimenti in campo editoriale. Dopo le esperienze dell'operazione Globo (primo esempio di giornale gratuito che non ha mai visto la luce) e del quotidiano sportivo Dieci, fallito dopo quattro mesi lasciando senza lavoro circa 35 giornalisti, più recentemente la famiglia Caso (Gian Gaetano il padre, Fabio il figlio) è stata protagonista, ancora una volta in negativo, dell'operazione Il Clandestino, il quotidiano messo in piedi con i fratelli Crespi (i sondaggisti Luigi e Ambrogio), partito a Roma il 24 novembre scorso e chiuso improvvisamente il 18 marzo dopo una furibonda lite con i soci, che pochi giorni prima della chiusura avevano disconosciuto l'operazione.
IL CAMPANILE - Durante il periodo di uscita del quotidiano Fabio Caso aveva anche assunto il controllo della Cooperativa Il Campanile, che prima editava il giornale di Clemente Mastella, dentro cui aveva provveduto a infilare il Clandestino per poter così accedere ai contributi pubblici.
I PERIODICI - Ma l'ultimo botto dei Caso come editori risale al 1° aprile 2010 quando il Tribunale di Roma ha decretato il fallimento della Giornali e Associati Spa, la società presieduta dallo stesso Fabio Caso (che è anche amministratore delegato) che editava due settimanali, Di Tutto e Tutto In, e tre mensili, La mia casa, Buona cucina e Top salute, nominando come curatore fallimentare il dott. Lucio Francario, con studio in via Gramsci 34 a Roma. Questi periodici già non uscivano in edicola da alcune settimane, ma erano entrati in difficoltà a partire da ottobre 2009 (nonostante i due settimanali fino a settembre avessero venduto complessivamente quasi 200 mila copie a numero), quando la Giornali e Associati non era più stata in grado di ottenere forniture costanti di carta e di trovare stampatori disposti a lavorare per suo conto.
I CONTRASTI CON L'ASSOC. LOMBARDA GIORNALISTI - In realtà i Caso avevano tentato di superare il problema acquisendo il controllo della Ponti ditoriale Spa, tipografia con sede a Città di Castello, ma non sono mai stati in grado di farla funzionare regolarmente e dopo lunghi periodi di cassa integrazione, di recente hanno licenziato gli oltre 80 dipendenti, mentre l'Asl locale ha posto i sigilli allo stabilimento per assenza totale di misure di sicurezza. Il fallimento della Giornali e Associati è stato deliberato su istanza di uno dei numerosi stampatori che non è stato pagato. I dipendenti hanno preso contatto con l'Associazione Lombarda Giornalisti per intraprendere qualsiasi azione tesa a fermare questi editori che finora sul loro cammino hanno lasciato solo cadaveri e hanno appreso che le testate periodiche in capo alla Giornali e Associati erano state sfilate dalla società poche settimane prima del fallimento.



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