Il libro/ "Scalfari dava del pollo a Mieli...". Ecco "Guzzanti vs De Benedetti": gli estratti

Sabato, 15 maggio 2010 - 12:00:00

Interessante anche la parte in cui si parla dell'addio alla direzione di Repubblica da parte di Scalfari. Posto davanti alla domanda secca "lei licenziò Scalfari?", De Benedetti risponde: È ridicolo anche il solo parlare di licenziamento. Si trattò di una sostituzione alla direzione che andava incontro sia al
desiderio di Eugenio sia alla mia logica di imprenditore". Così Ezio Mauro fu invitato ad accelerare il suo trasferimento dalla Stampa a Repubblica...  De Benedetti a proposito: "Dissi a Ezio che doveva venire a Roma all’istante e restarci. Non doveva concedere ad
Agnelli neanche un’ora in più, altrimenti Agnelli avrebbe fatto leva su tutte le sue capacità umane per ritardare il cambio a «Repubblica» e magari
tentare di trattenere Ezio. E così fu"...

de benedetti guzzanti

Dopo il bestseller Guzzanti vs Berlusconi il polemista più corrosivo del giornalismo italiano, Paolo Guzzanti, sfida Carlo De Benedetti. Carlo De Benedetti, “l’Ingegnere”, è uno dei maggiori protagonisti della recente storia italiana: industriale ed editore, ha combattuto una guerra di trent’anni contro il suo arcinemico Silvio Berlusconi, dalla Sme alla Mondadori, dall’industria alla politica. De Benedetti, con la potenza mediatica del suo gruppo Repubblica-L’Espresso, ha influito sugli equilibri del Paese in maniera speculare e opposta a Berlusconi, che detesta ma di cui riconosce – in questo libro – le capacità.

«Noi industriali, gente che ha costruito qualcosa nelle imprese e nella finanza, siamo tutti degli autocrati. Non siamo democratici: ed è per questo che nessuno di noi deve governare.» Carlo De Benedetti

Paolo Guzzanti è stato testimone diretto e parte in causa di questo conflitto trentennale. Membro fondatore di Repubblica, intervista De Benedetti e racconta le sue esperienze con Eugenio Scalfari, Gianni Agnelli, Ezio Mauro e Paolo Mieli (comprese alcune telefonate notturne in cui, impersonando il presidente Sandro Pertini, costrinse i capipartito a presentarsi il giorno dopo al Quirinale).

«Francesco Cossiga mi disse: “Adesso ti spiego cos’è la pace sarda” e mi consegna un coltello a serramanico, che ho ancora, con scritto “fcacdb”: Francesco Cossiga a Carlo De Benedetti.» De Benedetti e Cossiga

In questo libro Carlo De Benedetti racconta la sua vita pubblica e privata, svela per la prima volta il retroscena sul cambio della direzione di «Repubblica» ed esprime un’opinione amarissima sulla classe politica italiana, non soltanto di destra ma anche su quella del Partito democratico, di cui prese la mitica tessera numero uno.

«Agnelli mi chiamò e mi disse: «Scusi un attimo, ma lei verrebbe a fare l’amministratore delegato della Fiat?» E io dissi: «Sì, immediatamente». Mi chiese: «Ma non pone condizioni?» E io: «Pongo un’unica condizione, che è di non trovarmi in conflitto di interessi, visto che la mia società Gilardini rifornisce, tra gli altri clienti, anche la Fiat». Gianni Agnelli: «Ma chi se ne frega». De Benedetti e Gianni Agnelli

Un serrato faccia a faccia fra due protagonisti, che affrontano il passato e il presente della politica e del giornalismo in un Paese perennemente tormentato dalla mancanza di regole e alla ricerca di un equilibrio tra informazione ed etica.

L’autore - Paolo Guzzanti (Roma, 1940) è giornalista professionista, scrittore, conduttore televisivo e senatore. È stato inviato dell’«Avanti!», redattore capo e inviato speciale di «Repubblica» e della «Stampa» negli Stati Uniti. Ha lavorato al «Giornale» ed è stato editorialista di «Panorama». Eletto al Senato, ha presieduto dal 2002 al 2006 la Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. Da questa esperienza è nato il libro-denuncia Il mio agente Sasha, uscito per Aliberti nel maggio 2009. Tra le sue pubblicazioni, I presidenti della Repubblica da De Nicola a Cossiga (Laterza, 1992), L’Italia del 2000 (La Stampa, 1996), Ustica, verità svelata (Bietti, 1999), Abbasso la dieta mediterranea (Aliberti, 2009) e Guzzanti vs Berlusconi (Aliberti, 2009).

SU AFFARITALIANI.IT DUE LUNGHI ESTRATTI IN ESCLUSIVA
(per gentile concessione dell'editore)

DAL CAPITOLO "LA MIA REPUBBLICA"...

Craxi mi aveva licenziato, ma stavo sulle palle tanto ai comunisti quanto allo stato maggiore di «Repubblica», il famoso “desk”, che mi dedicava nel tempo una crescente e affettuosa antipatia. La mia esistenza a «Repubblica» cominciò a somigliare a quella del gatto del Cheshire, che in Alice nel paese delle meraviglie lentamente spariva finché ne restava soltanto il sorriso dentato. Io stavo scomparendo senza che neanche i miei incisivi apparissero più. Confinato nei supplementi, escluso dalla politica, nessuno aveva il coraggio di dire che quel che pensavo era fuori linea e che ormai persino il mio modo di bere un bicchier d’acqua o di mangiare un panino al bar era fuori linea. Si preferiva dire che il “povero Guzzanti” si era ormai appannato, non era più quello di prima, non scriveva più come una volta. Che peccato: spiaceva constatarlo, ma non è più lui. Una sorte vagamente simile aveva subito a «Repubblica» Paolo Mieli, che era stato per molti anni all’«Espresso» come numero due di Livio Zanetti, il quale apparteneva alla cosiddetta “banda dei quattro” con cui Scalfari aveva avuto un conto aperto per essere stato da loro estromesso dalla direzione dell’«Espresso» in seguito alla sua elezione alla Camera nel 1968. Mieli era però comunque amico di Eugenio e di Serena Rossetti, che lo chiamava affettuosamente “Pollo”, come deformazione da Paul, per un vecchio vezzo amicale. Quando Scalfari voleva sottolineare il suo ruolo di patriarca benigno e sfottente, riferendosi a Paolo Mieli allargava le braccia e diceva: «È Pollo! Pollo è fatto così». Lo umiliò un paio di volte facendogli riscrivere la nota politica dopo averlo sistemato nello stanzone più anonimo della redazione. E Mieli capì alla svelta che il talento stava diventando un handicap in quell’ambiente e decise di schiodare alla svelta e andarsene, anche perché non aveva alcuna intenzione di indossare la maglietta d’ordinanza. Di lì a poco sarebbe diventato direttore della «Stampa» e poi per due volte del «Corriere della Sera». Ma Scalfari lo trattava con il suo tipico paternalismo in bilico fra l’antico affetto e il desiderio di umiliare, gravando la sua mano paterna. Quando Mieli senza preavviso lasciò «la Repubblica» per andare alla «Stampa», chiamato da Gianni Agnelli che aveva in animo di farne il suo direttore, Scalfari impazzì di rabbia, e mi telefonava ogni giorno per chiedermi, visto che sapeva della nostra amicizia, di intervenire per far rinsavire “Pollo”, aiutarlo a capire che andandosene da «Repubblica» stava facendo la cazzata della sua vita. Con Paolo Mieli feci a quell’epoca lunghe passeggiate intorno a piazza Indipendenza e parlammo del futuro. Per fortuna fu irremovibile e aveva visto giusto. (continua in libreria...)

DALLA "NOTA CONCLUSIVA":

Come ho spiegato nella premessa, questo libro non è soltanto la storia di Carlo De Benedetti, ma è un faccia a faccia. A De Benedetti devo dei ringraziamenti sinceri e forse qualche parola di spiegazione. Quando ho
insistito per avere la possibilità di parlargli, gli ho mandato una e-mail in cui dicevo: «Sto scrivendo un libro su di lei, e lei non può sottrarsi alla mia richiesta di risalire alla fonte diretta». E De Benedetti, con un moto di generosità che ho apprezzato perché ormai non me lo aspettavo più, ha accettato. Mi ha detto di averlo fatto perché, avendo
scorso gli altri due libri che ho scritto nel 2009, ma specialmente quello su Berlusconi in cui parlo a lungo della “guerra di Segrate” che lo coinvolge direttamente, ha constatato che io sono un galantuomo, sue parole, a prescindere dalle possibili differenze di vedute. E devo dire che anch’io, parlando con lui e poi scambiando molte e-mail nel corso della stesura, mi sono trovato di fronte a un galantuomo. Non che io sia così ingenuo da immaginare che De Benedetti sia un angelo, ma certamente non è il demonio. Anzi. E me lo ha confermato con una serie di giudizi proprio sul suo arcinemico Silvio Berlusconi, nei cui confronti ha avuto sempre parole misurate, qualche volta sdegnate e piene di pena (come quando si riferiva alle passioni senili del presidente del Consiglio per le giovani donne), ma in fondo sempre rispettose. La sua opinione più illuminante, sulla quale del resto mi sono soffermato più d’una volta, è quella secondo cui «noi imprenditori nelle nostre aziende siamo dei dittatori e non potremmo non esserlo, dunque siamo potenzialmente pericolosi per la democrazia e guai se uno di noi si mette in testa di andare a governare il Paese così come governa le sue aziende». Ma, come ho detto molte volte, io mi fido del mio naso e il naso mi dice che quest’uomo certamente controverso e tuttavia sempre con la spina dorsale diritta (basti pensare alla questione di Tangentopoli che lo portò oltre la soglia del carcere, salvo riuscire a tornare a casa per un pelo, evitando di passare una notte in cella) è uno che ci crede. Intendo dire: crede a quello che fa. Nella parte costruttiva e d’attacco della sua vita si è dedicato molto a costruire una macchina che fabbricasse ricchezza ed è stato un protagonista italiano di grande rilievo. E questo è in Italia già abbastanza eroico, perché il nostro non è un Paese adatto alla libera impresa ma un Paese statalista in cui tutti i grandi imprenditori sono stati costretti ad andare col cappello in mano dai politici a implorare ciò cui avevano diritto. Ma poi c’è la seconda parte della sua vita che mi ha colpito. Quella che lui ha scelto per la sua età matura («Sono troppo giovane per dettare le mie memorie», mi scrisse), e cioè l’editoria, essere l’editore di un marchio così schierato e storicamente protagonista, come quello dell’Espresso-Repubblica. Lì ho visto un uomo con un suo progetto etico, politico, aziendale e civile. Anche se lui mi ha sempre detto e ripetuto che suo figlio Rodolfo non è affatto contrario all’editoria e che i suoi rapporti con lui su questo punto sono armonici, credo che in realtà un contrasto non confessato esista, perché scegliere di essere un editore e niente altro che un editore significa moltiplicare i nemici e perdere soldi. Dunque Carlo De Benedetti lo fa perché ci crede, perché pensa che sia il suo dovere, perché pensa che sia utile al Paese per venire a capo della crisi endemica che l’Italia fronteggia senza uscirne mai fuori. Inoltre ho apprezzato, da liberale, quel che con grande spirito liberale De Benedetti ha scritto sul «Foglio» sul vero nodo della politica in una liberal-democrazia e cioè il rapporto corretto fra “tax payer”, chi paga le tasse perché produce ricchezza, e lo Stato che usa la ricchezza prodotta per restituirla ai cittadini che producono e non ai parassiti, con annessa forte richiesta di tagliare le tasse e scommettere sulla crescita affidandosi a chi sa promuoverla. Il fatto di essermi trovato di fronte a un uomo molto diverso da quello che avevo immaginato, benché ci fossimo conosciuto tanti anni fa, ha avuto purtroppo un effetto perverso su di me mentre scrivevo questo libro, perché mi ha spinto a usare in una maniera perfino ossessiva (di cui mi rendo ben conto) la mia stessa biografia come materiale da laboratorio, come semplice racconto per illustrare, persino ricorrendo a episodi comici, epoche tramontate ed elementi permanenti del caso italiano. Consapevolmente, ho poi abusato della mia autobiografia perché più andavo avanti e più mi divertivo. E mi divertivo proprio perché stimolato dall’incontro con questo editore di un giornale, «la Repubblica», con cui ho storicamente avuto rapporti sempre profondi e intensi, e molto controversi. Stimolato al punto che, senza averlo deciso in maniera razionale, ho man mano trasformato il mio Guzzanti vs De Benedetti in una sorta di lunga lettera aperta all’editore di un grande giornale che fa parte del mio Dna e dal quale al tempo stesso ho ricevuto attacchi devastanti, per motivi politici che hanno messo a nudo in modo esemplare il problema che sta alla radice dell’informazione in Italia, e che si riduce a una domanda: fin dove è lecito barare, pur di perseguire uno scopo politico? Esiste un sistema di regole, uno stile che ponga dei limiti, o come si dice oggi dei paletti, all’orientamento politico sia di destra che di sinistra di una testata giornalistica, che ha il dovere dell’informazione completa e indipendente anche quando la fornisce con un corredo di opinioni forti e riconoscibili? Io ho usato la mia storia non per un fatto personale, benché sia un fatto personale, ma perché mi ha permesso di trattare proprio i fatti dei quali sono consapevole e non un testimone incerto. È ovvio che una tale scelta conferisce in apparenza a questo libro un aspetto quasi maniacale, quello di un uomo che parla molto anche dei casi suoi, ma l’intento è quello di risalire dal caso particolare alla regola generale: un sistema induttivo attraverso la narrazione. Anch’io ho a cuore prima di tutto il bene del mio Paese e prima ancora il bene supremo della libertà, quella vera e non quella scippata dalle formulette commerciali del berlusconismo. E ho avvertito in Carlo De Benedetti, oltre ad aver letto molti suoi interventi e dichiarazioni, un sentimento civile analogo. Ciò mi ha spinto a usare la sincerità
e anche lo spudorato candore come arma comunicativa. Se ho annoiato il lettore, me ne scuso: ma l’avevo avvertito fin dall’inizio. ADe Benedetti devo dire: «Caro CDB, l’appetito vien mangiando e lei mi ha messo molto appetito: quello che stimola il metabolismo degli elementi fondamentali dell’incerto mestiere, in Italia, del giornalista. Spero che possa aver tratto da queste pagine qualche idea non banale. Se ci sono riuscito, non abbiamo perso tempo con le nostre chiacchierate nel suo studio sulla Cristoforo Colombo a Roma. E in ogni caso la ringrazio di cuore».

0 mi piace, 0 non mi piace

Commenti

    Fai di Affaritaliani la tua HomePage
    Iscriviti alla Newsletter
    Mobile
    Seguici su facebook
    Rss
    Twitter
    Google
    Internet Explorer
    
    Rcs/ John Elkann, creati i presupposti per uscire da declino
    Crisi/ Si impicca nel Teramano un imprenditore edile ascolano
    Vaticano/ In 9 punti j'accuse Cda Ior a Gotti Tedeschi: "Non ha fatto il suo dovere"
    Europei nuoto/ Argento agli azzurri nella 4x200, titolo alla Germania
    Crisi/ Madrid, il 22 giugno vertice a Roma Merkel-Hollande-Rajoy
    Calcio/ Del Piero ai tifosi: "Stagione esaltante, vi terrò informati
    Siria/ Osservatori Onu, 92 morti a Hula di cui 32 bambini
    Nuoto/ Europei, oro alla Pellegrini nei 200 stile libero. Mizzau quarta
    LEGGI TUTTE LE ULTIMISSIME

    Non aspettare!

    Cerca subito tra migliaia di immobili in vendita e in affitto
    Inizia da qui

    Prima rata gratis

    Un prestito per il tuo futuro? Trovalo subito
    SCEGLI PRESTITÒ

    Auto usate

    Stai cercando l’auto dei tuoi sogni? Scoprila subito.
    Cerca adesso