Frequenze tv/ La sospensione del beauty contest: una scelta di serietà da portare fino in fondo
di Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani (*)
Corrado PasseraCorrado Passera ha finalmente preso una prima decisione: sospendere per tre mesi il processo di assegnazione delle frequenze digitali. Dopo tanti annunci, il Governo compie un primo passo formale verso l’attuazione di quanto il Parlamento aveva richiesto un mese fa: annullare il beauty contest e adottare un diverso sistema che permetta all’erario di fare cassa e al mercato di divenire più aperto alla concorrenza.
Ma cos’era mai questo famigerato beauty contest, questo concorso di bellezza fortissimamente voluto dal precedente governo e ora ripudiato dal nuovo esecutivo?
Era una procedura mediante la quale venivano assegnate in modo del tutto gratuito le nuove frequenze digitali; i canali con un segnale migliore, tuttavia, erano appannaggio dei soggetti che dimostrassero di avere le caratteristiche più adatte a gestirli, che fossero, in una parola, più adatti (o più “belli”, di qui il nome), non più ricchi, come avviene per l’asta, o più bisognosi. In origine, la procedura fu ideata per placare le ire dell’Europa, che aveva messo sotto accusa l’Italia per il sistema dei media. Infatti, la legge Gasparri – a detta della Commissione europea - rendeva il mercato televisivo un fortino inespugnabile, dominato dai soliti noti (Rai e Mediaset, per chi avesse vissuto su un altro pianeta negli ultimi trent’anni). Grazie alle frequenze gratuite, invece, così sostenevano gli “sponsor” di questa soluzione, si sarebbero aperte le porte a nuovi soggetti e si sarebbe finalmente potuto assicurare concorrenza e pluralismo nella televisione digitale.
Nei fatti, però, va precisato che le frequenze migliori sarebbero state assegnate ancora una volta alle emittenti in posizione dominante, già ricche di canali e di risorse. La reazione collerica di Mediaset alla decisione del governo di congelare questo procedimento spiega meglio di ogni parola chi fosse il maggior beneficiato del regalo di Stato.
Con questo atto, Monti e Passera svelano anzitutto ciò che non sono e ciò che non vogliono: non sono l’ennesimo governo attento solo a salvaguardare il duopolio e non vogliono che lo Stato, dopo aver svenduto imprese, immobili e spiagge, regali ai già troppo favoriti signori della televisione una risorsa scarsa e preziosa come l’etere.
Non possono tuttavia, sempre citando il Poeta, limitarsi a qualche storta sillaba e secca come un ramo. Nei prossimi novanta giorni devono dire parole nette e decidere ciò che vogliono. Due possono essere le stelle polari: fare più soldi possibile subito o giocarsi l’ultima carta per provare a far nascere in Italia un mercato televisivo plurale e concorrenziale. Noi sognatori ci illudiamo ancora che il destino della tv digitale possa essere diverso da quello dell’analogica.
Le strade possono essere molte. Ad esempio, si potrebbero destinare le frequenze ad operatori di rete indipendenti, come avvenuto in Francia, e a emittenti locali, per favorirne il processo di aggregazione.
Perché qualcosa di buono avvenga, basterebbe forse che l’attuale continui ad essere un “governo strano”, che faccia dell’Italia un paese banale, senza una televisione pubblica elefantiaca e un soggetto privato con ben più del 50% del mercato pubblicitario televisivo.
(*) Carlo Melzi d’Eril vive e fa l’avvocato a Milano.
Giulio Enea Vigevani vive e fa il professore di diritto costituzionale e di diritto dell’informazione a Milano


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